martedì 18 marzo 2014

E se... Toccata e fuga in Re minore.


Cinque anni sono passati da quell’ultima lettera. Tredici anni sono trascorsi da quando non c’è più mio padre. Quante cose sono successe, quante persone sono andate e venute, eppure sono ancora così legato al suo ricordo. Sono rimasto, per molti versi, pietrificato nell’istante della sua morte a contemplare l’estremo accanimento che aveva sconquassato quel corpo e quell’anima con tale violenza e rabbia da farmi rimanere senza parole, da farmi palpare con mano l’essenza stessa della sofferenza.
Oggi sono qui a casa e ho deciso di rendergli omaggio riascoltando una musica che me lo ricorda. Ero piccolo quando trovavo nell’autoradio della sua macchina l’audiocassetta di alcune opere di Bach, ricordo bene l’organo dorato in copertina, la prima traccia incisa nel nastro era la Toccata e Fuga in Re minore. L’ho sempre adorato questo pezzo. Parte con una solennità cupa, che da piccolo mi faceva sussultare di paura, e poi procede per dieci minuti toccandoti il cuore, stringendolo, accarezzandolo, sollevandolo, passando dall’iniziale austerità ad un vivace scambio di luce ed ombra.
Ed è così che ho deciso di passare oltre la tristezza, oltre i ricordi che mi tengo stretti e che mi fanno piangere appena schiudo quella scatola, e per una volta rivolgermi a lui come nel gioco del “se fosse”.

E SE… TE NE FOSSI ANDATO SULLA LUNA?

Caro papà,

intanto buona Festa del Papà! Ti scrivo questa lettera perché vedo che lì non funziona molto bene Skype. Non riesco a sentirti bene quando mi chiami, ma apprezzo tanto i tuoi continui tentativi, sento che mi vuoi bene e che ti manco.
Grazie mille di come ti ho sentito felice del mio cambio di lavoro. So che eri tanto preoccupato e che hai cercato di darmi una mano, pur essendo così lontano. Te ne ho fatte passare di tutti i colori negli anni scorsi, lo so, ma ora ho preso la strada giusta. Sentivo forte il peso della delusione e dell’ansia che leggevo nel viso e nelle parole di mamma, e percepivo fin qui la tua agitazione. Ora puoi rilassarti, sto costruendo piano piano, ma già con buone soddisfazioni, la mia professione.
Lo sai che ho incontrato molte persone che si sono complimentate per la mia professionalità? So che saresti orgoglioso di me se avessi potuto vedere la conclusione di alcuni affari che io ed Eva abbiamo portato avanti. Ti ricordi il cartello che avevi appeso al mio garage quando al liceo avevo vinto quel premio teatrale? Eri tanto sorpreso e felice quella sera, vorrei tanto vederti ancora così.
Da poco più di un anno ho cambiato casa, prima ero sotto quella di mamma, adesso sono sempre a Bastia, ma nel nuovo quartiere vicino ai campi sportivi. Credo di averla sistemata bene, ho modificato la cucina di prima per adattarla, ho preso un nuovo divano (i nostri vecchi in pelle erano distrutti) e poi per il resto ho riciclato i quadri che conosci, ed i mobili che avevo nei negozi.
Ora per forza di cose vedo meno la mamma, ma comunque manteniamo l’abitudine qualche volta di fare colazione assieme, oppure di condividere la cena qui da me. Poi ultimamente di domenica mi sono cimentato nella cucina e così a pranzo viene anche lei, a volte persino con Clara. Mi sono specializzato nel cucinare il brasato, lo spezzatino e l’arrosto. Mi piace metterci del mio e sperimentare, pare che finora sia venuto quasi tutto buono. Sono sicuro che senti molto spesso la mamma e quindi saprai già che sta bene, io e anche altre persone la vediamo ringiovanita. Adesso è a dieta, e qualche risultato si vede, comunque non sta per niente male, anzi. Ogni giorno fa un’ora di passeggiata ed è appena andata a Zanzibar con un’amica. Quest’estate abbiamo il progetto di fare qualcosa assieme e così la porterò un po’ in giro, se lo merita, lo sai.
La mia relazione va molto bene, sai che stiamo sempre assieme nel week end, da venerdì sera a lunedi mattina, più una sera durante la settimana. C’è qualche tensione nel suo lavoro e sta cercando un’alternativa, anche per avvicinarsi a me, ma non sarà facilissimo data la situazione economica. Sei partito nel 2001, non so lì come sia, ma qui da allora le cose si sono letteralmente stravolte. Vorrei che vedessi come intere aree industriali ed artigianali si sono desertificate. Non c’è quasi più nulla di quello che tu potresti ricordare.
A volte immagino di venirti a prendere in aeroporto e portarti in giro in auto. Rimarresti stupito di tutte le cose che sono cambiate in questi anni. Ti farei vedere i ristoranti dove ci portavi quando ero bambino, ti porterei dove hanno costruito enormi palazzi che non hai mai visto, ti farei vedere l’autostrada che hanno aperto qui vicino casa nostra. La cosa che mi divertirei di più a mostrarti sono i modelli di auto che si vendono adesso! Sei sempre stato così appassionato che perderesti settimane ad aggiornarti.
Vorrei farti conoscere i miei amici, eri così preoccupato che non riuscissi ad inserirmi bene. Ora puoi stare sereno, sono circondato da persone veramente di valore, con buon cuore, con cui condivido molte esperienze e passo tanto tempo speso bene. Il sorriso è tornato sulla mia faccia parecchio più spesso, un po’ come quando mi dicevi da bambino.
Naturalmente vorrei sapere anch’io qualcosa su di te, sul mondo in cui vivi adesso, ma posso aspettare, ci rivedremo sicuramente un giorno. Allora ti abbraccerò e spero di sentire il profumo del tuo dopobarba sulle guance, esattamente come lo ricordo ora.
Ora ti lascio, sono sicuro che questa lettera ti farà tanto piacere. Ancora tanti auguri al mio caro papà!

Con Amore,

Vasco.

lunedì 3 febbraio 2014

Pianeti di famiglia.



"Se raffigurassi ogni persona come un pianeta e descrivessi la sua vita con l'orbita che il pianeta compie ciclicamente, alcune persone, quelle che chiamo amici, condividerebbero in realtà pezzi interi della mia orbita"


Mi sono spesso soffermato a parlare degli amici, dell'importanza fondamentale che ho dato ad alcune persone, ed anche all'assoluta preminenza di ruolo che questo vincolo ha rivestito nella mia vita, o almeno negli ultimi anni. Ho descritto le dinamiche vissute con le persone amiche, l'aiuto che ho ricevuto nei momenti più duri, il sostegno che ho cercato di fornire quando loro sicurezze venivano a mancare, ma soprattutto la comunanza di vita, la condivisione di esperienze che, da sola, può fornire il significato intero ad un'esistenza.
Spesso si sente dire che le vere amicizie si riconoscono quando, anche a distanza di anni, ci si reincontra e si ritrova in automatico quell'armoniosa affinità sospesa, e si passa quindi ad aggiornarsi reciprocamente sull'andamento della vita. In passato, relativamente ad amicizie di gioventù, mi sono sempre ritrovato in questa idea di elettiva comunanza che ad ogni incontro rianima un rapporto tra due persone. Ora la penso diversamente: questa immagine mi ricorda due compaesani che periodicamente si ritrovano nella sala d'aspetto del proporio medico, si danno gran pacche di spalle, si raccontano le proprie alternative fortune e si salutano ripromettendosi una telefonata, una cena, un caffè che non avrà mai luogo. No, non sono d'accordo.
In questo periodo sto riflettendo sulle cose che sono veramente importanti per me, lo faccio per costruirmi un'idea di ciò che voglio sia il mio futuro. Solo sulla base dei miei principi e delle mie capacità posso pensare di darmi un progetto di vita. Così mi sono ritrovato a ragionare di amicizia. E' senza dubbio il valore che riveste più importanza nella mia scala ideale, su questo non sono riuscito a cambiare idea. Ribadisco anche l'importanza che ha il condividere fatti, esperienze, azioni, con le persone che accompagnano la mia esistenza, perché con queste cose creo un album dei ricordi, un puzzle di tessere che compongono anche la mia figura, che giustificano come sono e mi descrivono. Con questo non voglio dire che, per considerare una persona "amica", la devo vedere o ci devo fare qualcosa tot volte al mese o all'anno, non misuro il rapporto in ticchettii dell'orologio, ma in pensieri, preoccupazioni, voglia di far vedere un luogo che mi ha colpito, il desiderio di coinvolgere, cose che hanno un vero peso.
Credo che la mia attenzione verso il tema, e l'importanza di cui lo rivesto mi abbiano fatto pensare ad un passaggio ulteriore, ossia alla concezione di famiglia, ed al significato che voglio dare a questa parola nella mia casa. 
Nell'ultimo periodo ho avuto modo di osservare da vicino un paio di situazioni familiari particolari, ne ho respirato i meccanismi, ne ho persino condiviso le abitudini. Questa contaminazione ha cambiato il mio modo di vedere alcune cose, e mentre prima ero consapevole di condurre una vita da singolo, mi è stato fatto notare che in realtà assorbo e a volte tendo a creare l'effetto (spero non l'illusione) di una famiglia. Ho imparato sulla mia pelle, e constatato sulla pelle di altri che, il legame di sangue non caratterizza lo stato di famiglia e viceversa. Ho scoperto una madre lontana 9000 chilometri dal proprio figlio che non ha mai partorito, ma che ama e accudisce più di una leonessa il suo piccolo. Ho conosciuto una nonna di cittadinanza diversa dalla mia, che mi ha dato lezioni di vita come nemmeno il più saggio dei tutori avrebbe potuto. Io stesso ho abbracciato la sfera, la figlia, le abitudini di una ragazza stupenda con cui condivido il progetto lavorativo più importante e che è entrata nella mia quotidianità come fosse una sorella. 
Non voglio confondere due concetti diversi come quello di amicizia e di famiglia, ma posto che il mio progetto di vita comporta certamente l'avere una famiglia, e non mi ritrovo nell'idea che questa sia formata solo da mia madre, o che lo sia la persona con cui un giorno convivrò, è normale che cerchi di crearmela circondandomi degli affetti importanti. Ho la fortuna di potermi creare un focolaio attorno al quale riunire idealmente le persone care. Vorrei proprio questo, una grande famiglia come quelle che c’erano una volta, ma coi membri che siano legati tra loro da vincoli e affinità ben più pesanti della genetica. Non vorrei crearla attorno a me, a mia misura, ma bensì indipendente, coesa dall’obiettivo di far squadra contro le avversità e per la realizzazione delle aspirazioni di ogni singolo.
Per riprendere la figura descritta all’inizio del post, ho pensato anche a chi vedevo viaggiare accanto alla mia orbita ed ora si trova a percorrere altre parti dell’universo. Sarebbe meraviglioso poter parlare francamente e riavvicinare mondi che si sono allontanati. Una parte di questo post è stata scritta per questo. Mi sento legato a persone che non vedo, in particolare una con la quale eravamo veramente in famiglia ogni giorno della settimana. Sono uno che difficilmente accetta l’allontanamento di una persona, e non credo di averlo mai fatto per primo nei confronti di nessuno. Per questo motivo fatico a non far rientrare nella mia “famiglia ideale” persone che negli ultimi tempi hanno alzato barriere nei miei confronti, ma ho imparato con non poche difficoltà, che non posso tenermi strette persone che vogliono vivere la propria vita altrove, o che semplicemente, non vedono più in me qualcosa d’importante. La cosa mi fa soffrire perché ciò va contro la mia natura, com’è contrario alle leggi della fisica che un pianeta cambi repentinamente la sua orbita, ma ho imparato che io non sono il sole, per cui la mia capacità di attrarre altri corpi celesti è parziale, debole ed imperfetta.
Vorrei considerare famiglia le persone a cui penso quando mangio qualcosa di buono e mi dico "devo farglielo assaggiare...", le persone che vorrei vedessero i posti fantastici che ho visitato nell'ultimo viaggio, le persone che invito nei giorni di festa. 
E con una famiglia così, so già che non si può non essere felici.

domenica 25 agosto 2013

Addomesticami




E' il tempo che hai perduto con me che mi rende importante.
Ero un bambino quando iniziai a rendermene conto:

sedevo nell'autobus della scuola temendo i compagni più irruenti,
chiudevo me stesso nella scatola dorata dell’autosufficienza,
invidiavo le confidenze delle ragazze adolescenti,
desideravo dei maschi la complicità cameratesca,
soffrivo la mia esclusione dai gruppi affiatati e, indolente
aspettavo di continuo che mi si lanciasse un’esca.

Quando raccolsi la tua capii di avere dei legami con te,
mi riempiva di gioia scoprire un argomento in comune.
Contavo orgoglioso i giorni e le ore che passavi con me:
piccoli cumuli di vita che andavamo alimentando.
Capivo che quella era la cosa più importante del mondo:
creare un legame che ad ogni esperienza vissuta si va fortificando.

Tutto ciò per cui ho riso oppure ho pianto con te è svanito,
tutto il lavoro che assieme abbiamo fatto non conta più,
persino il temporale di luoghi ed azioni vissute, si è sopito.
Eppure i lacci che abbiamo annodato, i riti che ci siamo dati
i progetti che abbiamo realizzato, immancabilmente si solidificano
appena la mente, l’occhio o l’orecchio ci vedono abbracciati.

L’emozione vera che mi permetto di provare,
è proprio quella di toccare i nodi di queste corde.
Ci sono cose che solo noi possiamo fare,
niente e nessuno potrà scalfire il nostro legame,
dal momento in cui ho deciso di essere addomesticato.
come nessuno potrà mai sostituire il pensiero
della volpe quando vede un campo di grano dorato.




(Per questo post un ringraziamento speciale ad Antoine de Saint-Exupéry, Alliette e Yolanda)

giovedì 12 luglio 2012

IL BIVIO



Sarà pure vero che la nostra vita
non è altro che la combinazione
di centinaia di decisioni che
prendiamo ogni singolo giorno,
ma ci sono occasioni in cui
scegliere una strada anziché un'altra
ti fa fermare e decidere di prendere tempo.


Sono stato anni a scrivere su questo blog
di decisioni rimandate,
di pensieri utili solo alla distrazione.
Per anni ho evitato accuratamente di aprire
i faldoni più problematici,
per la sola paura di non riuscire a sistemare
quanto dentro sentivo ribollire.


Le cose cambiano, ed ora che la mia vita
ha bisogno di essere in gran parte riscritta,
non ho voglia di chiudere nulla in archivi da nascondere.
Voglio essere trasparente ed affrontare ogni problema,
prima che si ingigantisca e non sia più gestibile.
Il mio nuovo lavoro consiste nell'appianare i problemi
e nel trovare soluzioni. Devo farlo anche per me.


Se non vado bene in una situazione e la mia felicità
dipende da fattori esterni e non dalla mia spinta,
devo cambiare atteggiamento, cancellare le due righe scritte
nell'ultimo mese, e lavorare per me.
Però sorrido, consapevole che i miei occhi riflettono
tutto ciò che c'è stato e che forse qualcuno ha svenduto
accontentandosi di tre fagioli secchi, magici per nulla.

martedì 15 maggio 2012

FATHI

Oggi ho conosciuto un Tunisino. Avevo un appuntamento nella sua pizzeria per asporto a Padova per valutare la sua attività che vuol vendere. Gli ho chiesto: "Perché vuoi vendere la tua pizzeria, Fathi?" E lui mi ha risposto che vuole lasciare l'Italia per tornare nel suo Paese. Le cose sono cambiate in Tunisia, ed ora coi soldi che può ricavarne, si potrà aprire una panetteria con un forno per le pizze in centro a Tunisi. Deve fare presto a vendere, si accontenta di prendere poco, perché chi prima investirà nel suo Paese, meglio farà in futuro.
E' stato bellissimo vedere quello spirito pioneristico, e la speranza di un Paese tutto da costruire. Ma che tristezza per il mio di Paese!

lunedì 14 maggio 2012

Corsi e ricorsi


Non riesco mai, in nessuna fase della mia vita, ad avere una visione complessiva dello stato delle cose. A seconda delle problematiche che mi trovo ad affrontare, analizzo solo uno spicchio dell'orizzonte. In questo modo le mie sensazioni, i progetti che immagino, e persino le mie aspirazioni, risentono di questa mancanza di prospettiva. Il risultato di tutto ciò è ovviamente l'errore; ed io continuo a commetterne.
Mi sono trovato spesso a commiserare me stesso per tutte le tempeste che ho dovute subire a capo chino. Ho spesso avuto la sensazione di urtare pesantemente contro il fondo di una esistenza continuamente abbattuta a forza di fallimenti. Lungi dal sentirmi una vittima inerme di un fato spregevole, o più comunemente uno sfigato, mi sono chiesto numerose volte in cosa ho sbagliato. Quasi sempre ho trovato una risposta, ed ora, dopo aver scoperto che si trova sempre un fondo più basso del precedente, ho provato a cambiar domanda. Anzichè chiedere dove sbaglio, provo a chiedermi perché continuo a sbagliare.
La risposta è ovviamente la frase con cui ho esordito in questo post: non vedo e non valuto mai la mia vita da un punto di vista complessivo. Sono impulsivo, avventato, limito al minimo l'analisi, sicuro che le mie sensazioni bastino a farmi un quadro completo. E, da una analisi parziale dei problemi, traggo una soluzione che, per forza di cose, ha molte probabilità di non essere quella giusta.
Chi legge questo blog forse pensa che io sia un ragazzo abituato ad analizzare i propri sentimenti, che riflette e scrive molto di cosa prova e di tutto quello che gli accade. La realtà è che io provo una sensazione, la vedo in me, la faccio materiale, la descrivo, so da dove parto e di getto vado avanti, senza sapere dove andrò a parare. Qui sono stato sincero come mai lo sono stato nella mia vita, qui c'è veramente la mia anima messa a nudo.
Ho decisamente bisogno di ponderare maggiormente le decisioni che prenderò in futuro e, alla luce di questo, ho la pressante necessità di capire come posso limitare la mia esuberante impulsività.
A questo punto ci si chiederà il perché di questo ragionamento e qual'è magari la connessione tra questo e l'immagine proposta, e magari anche il titolo del post. Molto semplice: la luce solare nel Pantheon illumina in sequenza solo piccole porzioni dell'opera, a seconda dell'inclinazione della Terra rispetto al Sole. Io mi immagino al centro del grande salone, e arredo mentalmente tutte le nicchie della struttura con le varie situazioni che compongono la mia vita. Mi trovo quindi a vedere illuminate di volta in volta solo piccole porzioni. Ogni giorno si ripete questo rituale, ed ogni anno il percorso della luce completa un ghirigoro sempre uguale.

Messaggio:
Oggi per un momento si è riproposta una questione che varie volte si è affacciata nella mia vita.
Col tuo aiuto però, stavolta ho annullato la pesante cupola del Pantheon.
E ovviamente la luce ha affollato completamente la sala.
Un momento di lucidità sul passato c'è stata.
Hai ragione: ho proprio sbagliato.
Chiedo scusa a te, e a me, per l'occasione che ho ancora una volta mancato.

Periodicamente, quindi, ho dedicato le mie attenzioni agli altri e ai miei bisogni in maniera diversa, a seconda della porzione della vita che stavo prendendo in considerazione. Ora la situazione è particolare, come in un cubo di Rubik risolto, tutti gli ambiti della mia esistenza richiedono la medesima cosa: stabilità. Ho bisogno forse di poco, ma che sia certo. Ho bisogno di cose difficili da ottenere. Mai come ora sono difficili, e mai come ora io ne ho bisogno. E' lo scherzo del destino, che pare con me si diverta negli ultimi anni.
Devo dire che in parte giustifico la mia miopia. Ne ho passate veramente tante: alcune per colpa mia, altre per circostanze esterne, altre ancora per la concomitanza di mie scelte non adeguate ad una situazione sfavorevole. Un po' di botte mi hanno fatto brancolare qua e la, continuo ad andare a sbattere. Sono stanco di farmi male, ma è veramente difficile, con la testa che mi gira così tanto e con la forza che è venuta meno, fermarmi a valutare e ponderare.

Così:
La vita va sempre avanti, scelte se ne devono fare di continuo ogni giorno, ed io devo correggere in corsa il mio cammino. Il sudore della fatica che sto facendo è entrato negli occhi. Bruciano e devo tenerli chiusi stretti stretti. Non riesco ad avere sollievo prima di urtare contro un muro o sentire una porta serrarsi violentemente alle spalle.
Per questo desidero tanto addormentarmi.
So che non lo posso fare, che sarebbe egoista, che sarebbe più di un delitto. Ma gli occhi bruciano così forte ed io non vedo dove sto andando. Ho paura di farmi ancora più del male la prossima volta che sbatterò contro qualcosa.
Questa immagine mi fa piangere. Non riesco a concepire che sia accaduto proprio a me di scivolare in questa situazione. Io mi amo, ho stima di me stesso, non riesco a sopportare di continuare a vedere spegnersi la luce e il calore che mi ha sempre contraddistinto.


Spero che le mie lacrime leniscano il bruciore, spero di poter riaprire gli occhi e vedere che non sono al buio. Spero che la luce illumini tutto, in modo da prendere una decisione una, ma che sia quella giusta.

giovedì 12 aprile 2012

Si sono mangiati le speranze...


Stamattina ennesimo colloquio in
agenzia interinale. Questa volta ad un’ora di strada. Poco male: ho avuto tempo
da riempire con le mie riflessioni. Peccato che il pensare alla mia situazione
e a quella generale mi abbia innervosito non di poco.
Alla radio la rassegna stampa ci
mette il carico da cento, annunciando che la montagna di sdegno per l’attuale
situazione del finanziamento pubblico ai partiti, ha partorito un topolino così
piccolo che nemmeno prevede dei tagli. E per finanziare la riforma della
Protezione Civile, dove andranno a reperire i fondi? Eh beh, che domande, nuove
accise sui carburanti, e magari 2 cent ad sms, cosicché appena ti scrivi con
l’amico sai anche di aver contribuito a ricostruire un argine crollato per
l’incuria dei soliti amministratori ciechi ma con le tasche belle ampie.
Ci voleva giusto il tecnico
osannato dai vertici di tutte le istituzioni finanziarie mondiali, per scovare
un finanziamento così arguto, un così sofisticato sistema di reperire i fondi.
Eh già, perché forse i governanti con il loden non hanno mai fatto il pieno
alla pompa, oppure non si curano di ragionare sul fatto che le imprese già allo
stremo dovranno alzare i prezzi di tutte le merci per sopperire all’aumento dei
costi di trasporto. Non pensa Monti, o chi per lui, alla marea di partite iva,
costrette a girare con la propria auto, che prima di metterla in moto ormai ci
pensano due volte, per magari alla fine decidere di starsene a casa che almeno
si risparmiano le spese.
Vai a fare un colloquio e ti rendi
conto che era più facile diventare notaio, piuttosto che trovare un lavoro con
cui poterti mantenere. Sei bravo, rinunci alle tue qualifiche, alla tua
esperienza pur di trovare qualcosa che ti dia la dignità che solo una
occupazione ti può dare, e ti senti scavalcato da quello che magari è in
mobilità, e siccome costa un po’ meno, anche se non ha voglia di lavorare, o ha
meno capacità, è preferibile. Il lavoro è un privilegio, altro che diritto. Io
esco da una esperienza a partita iva, quindi non ho nessuna indennità di
disoccupazione. Chi è stato in passato un dipendente normale invece è tre volte
più fortunato di me: prima godeva di uno stipendio certo, ora è in mobilità e
qualcosa porta a casa ancora, e poi è il primo ad essere assunto perché costa meno.
C’è qualche speranza per me?
Ma certo che c’è. Vieni a
lavorare con la tua auto, a tue spese, con la tua bella partita iva, se sei
bravo ti riempiamo di soldi. Non c’è lavoro migliore del commerciale. Pagato a
provvigioni: più lavori più guadagni. Se poi ci sono delle difficoltà c’è
sempre una parola buona per quello a partita iva. Un sorriso ed una pacca sulle
spalle non costa nulla. Non hai ferie, ma che importa? Sei un imprenditore! Se
ti ammali e stai a casa non hai la mutua, ma a te che importa? Chi t’ammazza?!
Non hai tfr, non hai un fisso, non puoi comprarti casa, forse nemmeno un auto,
ma avrai dei genitori che ti aiutano no?
Ecco, queste le considerazioni. E
poi senti che gli incravattati signori della politica intendono mantenersi i
privilegi ed una marea ingiustificata di rimborsi, che supera di cinque volte
le reali spese sostenute. Sai che quei soldi sono tolti al mercato, sono
risorse tolte all’economia del Paese, anche a quel lavoro che viene meno. Li vedi, e come fai tu lo fanno pure milioni
di altri. Hanno vissuto alle spalle di un Paese, privandolo di tutte le
speranze che poteva offrire. Ed ora che non resta nulla, aspettano forse il
balordo che comincia a mettere le bombe vicino ai palazzi. Quando accadrà si
stringeranno in coro a condannare l’uso della violenza e torneranno velocemente
a cena.


giovedì 16 febbraio 2012

Momento

Questo che vivo,
vorrei fosse solo un momento.
Un attimo difficile
da raffigurare,
impossibile
da fermare.
AMARMI
non è più semplice
come un tempo.
Quello che vissi,
volevo fosse una vita.
Un passaggio magico
da disegnare
con un dito
che formicolava.
AMARMI
non è più semplice
come un tempo.
.
E ora che tutto quello che
luceva non c'è,
la carovana di uno zingaro
copre di polvere
quell'attimo che
avrebbe dovuto fuggire.
AMARMI
come un tempo,
è impossibile.
Inutile voltarsi
a guardare la scala
dalla quale sono caduto.
Quando tutto sanguina
guardo solo se davanti
c'è un rimedio.
AMARMI
come un tempo,
è impossibile.
.
Prima che vada
in pezzi,
prendo lo specchio.
E' il momento ultimo
per ripartire
da quello che so fare.
AMARMI
come un tempo.
non ha senso.
Sono svenuto
annusando il sangue
che usciva.
Cambiare di nuovo,
per cambiare momento,
per togliere il fermo.
AMARMI
come un tempo,
non serve.

sabato 4 febbraio 2012

A volte è meglio tacere

Sono una persona che raramente riesce a starsene in silenzio. In particolar modo non riesco a sopportare quelle situazioni nelle quali c'è qualcosa di non detto, in cui c'è magari tensione, ci sono state provocazioni, ma non a tutte è stato risposto. Non riesco nemmeno a star zitto per molto tempo quando c'è stata una discussione e per un po' non si parla. Sono sempre io che interrompo il silenzio, che faccio la prima mossa per riappacificare, o per infiammare di nuovo la polemica, tutto pur di non provare a resistere al vuoto di comunicazione.
E naturalmente, anche in questo, spesso sbaglio. Me ne rendo sempre più conto negli ultimi tempi. Se continuo a lamentarmi quando credo di non essere trattato giustamente, se continuo a cercare gente che sparisce, se continuo a bussare ad una porta chiusa il giorno prima, cosa riesco a ricavarne? Fino a poco fa ha sempre prevalso il mio lato impulsivo: sento di doverlo fare e lo faccio, non importa il risultato, se ho questa spinta, sarà universalmente giusto farlo. Così ho sempre evitato di valutare caso per caso quel che fosse conveniente fare, quello che veramente sarebbero potuti essere i risultati. Alcune volte ha funzionato, altre no. Sono intervenuto, ad esempio, per togliere il silenzio tra due amici, e come risultato ho ottenuto di essere escluso pure io. Ho cercato chi non si faceva sentire e mi hanno attribuito intenzioni e pulsioni a me estranee. Mi spendo a cercare un dialogo con qualcuno e quello che appare è che mendichi attenzioni.
No, le cose non possono continuare. Non ha senso sbattere la testa, quando la si può invece usare per distinguere le situazioni, valutare le conseguenze delle mie azioni.
Ci sono persone che hanno una sensibilità sufficiente per fare autocritica, o per comprendere quando è il caso di guardare la situazione da un'angolazione differente. E ci sono persone che questa sensibilità non ce l'hanno.
Ci sono persone che amano il contatto, che quando si sentono cercate apprezzano e cercano a loro volta. E ci sono persone che invece quando si vedono cercate ti svalutano in un sol colpo.
Ci sono persone che sanno di essere preziose, ed usano questa loro qualità per abbracciare. E ci sono persone che si credono su di un altro piano e pretendono che si mendichi il loro tempo, che non ti danno la loro disponibilità fino a quando non capiscono che non hanno di meglio da fare.
E' stato uno sbaglio non valutare queste differenze. Le persone non sono tutte uguali, e vanno trattate in maniera diversa, in momenti e situazioni diverse.
Non sempre quindi la comunicazione è la scelta migliore. Credevo fermamente che dire sempre quel che penso, anche quando non mi è richiesto, fosse sempre la strada migliore. Meglio cambiare rotta. Devo cercare di vincere la mia impulsività.
Devo tacere con chi non mi tratta nella giusta maniera, quando penso che risponderebbe "io sono così, è andata così, non vedo il problema".
Devo tacere con chi non si fa sentire, se capisco che non sono più una priorità.
Devo tacere con chi fa pesare troppo la sua presenza, e questo lo devo fare sempre e comunque.
Tutto questo tenendo presente però che, è un vero stolto quello che non fa mai la prima mossa per paura di risultare debole. Chi fa la prima mossa, a volte, è il vincente.
E' comunque arrivato il momento di chiudere il portone della città. Del resto il campanello l'hanno messo apposta per capire se c'è qualcono che vuole farsela aprire.
Non sarà facile, perché le parole mi si accalcano in gola.

venerdì 3 febbraio 2012

Ciò che non mi piace

I peperoni
I ritardi
Le sparizioni
I prepotenti
Gli odori
Le umiliazioni
La canotta sotto la camicia
La maglietta sotto la camicia
Finocchi e carote bolliti
Troppi peli sul culo
Chi se la tira
Le sfrante che credono non si veda
I film sulla guerra in Vietnam
I film sulle arti marziali
La spocchia
Le lamentele infondate
Chi mi tira i capelli durante il sesso
Che mi venga tolto quello che prima mi era stato dato
I due pesi e le due misure
La camicia fuori dai pantaloni
I sandali
Chi prende per il culo
Le superficialità esasperate
Chi ha paura di prendere delle decisioni
La mancanza di risposte
Essere ignorato
Il gorgonzola
La luce di un telefonino durante un film
Chi ha paura della propria ombra
La mia voce

mercoledì 1 febbraio 2012

My Favourite Things! :-P


Le persone che mi sorridono
Le polpette di carne
Il sedere
I capelli spettinati
La musica che mi fa sognare
Il bacio
Passare inaspettatamente per un fast food
Essere cercato
The Simpson
Mani che mi accarezzano
Risolvere un problema a qualcuno
Piacere ovvero conquistare
L'abbraccio
Posare le labbra sulle guance
Ridere dopo l'orgasmo
L'orgasmo
Le patate in tute le forme e maniere
Preparare un risotto
Sognare
Tenere una mano
Essere valutato
L'azzurro e i blu non scuri
Le storie di Stephen King
I messaggi aspettati e anche quelli insperati
Il Millefoglie con la crema
Brent Corrigan
La fase esplorativa
Capire che posso contare su di una persona
Dimostrare che si può contare su di me
Sentirmi speciale
Affrontare sfacciatamente situazioni presumibilmente imbarazzanti
I complimenti
I complimenti per una certa cosa
Entrare in intimità con un amico
Sentire il cuore in gola mentre provo un'emozione positiva
A Teatro percepire l'attenzione del pubblico che segue il mio ragionamento
Le cene con gli amici
Un conto insolitamente basso al ristorante
Trovare la strada giusta nella vita
Meritare un'attenzione
Arrivare alla méta di una camminata in montagna
Entrare in un rifugio
Sbranare la preda senza ucciderla
Viaggiare
Roma
Le piramidi
Vedere due ragazzi che si baciano
Comprare vestiti ed accessori quando me lo posso permettere
Le pietre preziose tagliate
Quelle pastine sode col cioccolato
Regalare
Sorridere alle persone anziane
Rubare un bicchiere all'ikea
La doccia al mattino
La brioche quando faccio colazione con amici
La mia fantasia

venerdì 13 gennaio 2012

Il Mito di Narciso

Era solo un ragazzo quando gli Dei lo maledirono.

Fu concepito dall'unione tra Apollo e una ragazza di nome Sophia. Il dio era a caccia con le sue frecce e la schiera di lupi e grifoni a lui consacrati, quando si trovò nell'antico villaggio di Sebasta, famoso per la gran quantità di grano che le sue terre producevano. Giunto al pozzo per dissetarsi, notò questa esile ragazza, poco più che bambina forse, che gli sorrideva rinfrescandosi il viso con l'acqua fresca appena raccolta. Fu per un capriccio che la prese nei boschi, contro la sua volontà.
La trovò molto più tardi il padre, esanime e ferita dai rovi che cercava la strada di casa. Nessuno seppe mai cosa le era successo quel giorno, ma pochi mesi dopo, quando fu chiara la sua gravidanza, ella venne legata al letto dai sacerdoti e accusata di portare in grembo il demoniaco figlio di qualche terribile creatura dei boschi. La gente del villaggio, compresa la sua famiglia rinnegò Sophia, che venne nutrita dalla carità di una vedova che andava a visitarla, e che per questo fu chiamata strega dai bambini che la prendevano di mira.
Al termine del travaglio, denutrita e sfiancata dal feto che cresceva in lei, e che si nutriva di quanto una povera bimba poteva avere, abbattuta dall'abbandono dei propri genitori, e dall'inspiegabile orrore delle persone con cui era cresciuta, si abbandonò sul giaciglio e morì di crepacuore. Si addormentò senza nemmeno poter vedere la creatura da lei concepita col figlio di Zeus.

Era venuto al mondo un semi dio e presto anche sull'Olimpo ne avrebbero sentito parlare.

Il neonato fu raccolto e allevato dalla vedova, che riversò su di lui tutto l'amore di cui fu capace. Furono anni sereni, nei quali Narciso, questo il nome del bimbo, si nutrì dell'affetto e delle amorevoli cure che ogni donna ed ogni uomo che lo videro, gli riservarono. Fu chiaro infatti, fin da principio, che quella creatura non era del tutto umana, data la sua bellezza e la straordinarietà del suo sorriso, che aveva il potere di influire sull'umore delle persone, e dar loro serenità ed intimo piacere.
Crebbe nel villaggio che rinnegò sua madre, ma che adorava lui. I sacerdoti lo vestirono come uno di loro, auspicando il benvolere degli dei, che avevano mandato una simile gemma tra i mortali. All'età dell'adolescenza Narciso era un giovane di indicibile bellezza, e la fama della sua immagine si sparse nelle località vicine. Lo mandarono a scuola in città, e anche li, come al villaggio, non ci fu uomo, donna, vecchio o bambino, che non provò amore per lui.
Raggiunti i sedici anni prese consapevolezza di queste sue doti e cominciò a prenderne confidenza. Prese l'amore di giovani ragazze, e di forti ragazzi che si offrivano a lui. Era perennemente ubriaco del piacere che le persone gli donavano spontaneamente. Più ne prendeva, e più sembrava che la sua bellezza e le sue doti aumentassero. Alcuni non riuscirono mai ad avvicinarsi a lui da poterlo toccare, altri lo fecero, ma più di uno, sconvolto dal sentimento, e dalla consapevolezza di non poter essere mai felice con lui, che non si sarebbe mai limitato, si tolse la vita. Di questo il giovane non aveva idea, perché non gli era di certo possibile ricordarsi di tutte le persone dalle quali aveva ricevuto il cuore. Questo fino a quando un giorno, di buon mattino, Narciso decise di uscire solo nei boschi in cerca un'ispirazione per ideare un componimento che il maestro gli aveva chiesto.
Camminò da solo per diverso tempo, senza riuscire a trovare un soggetto su cui scrivere. Si ritrovò in una radura e si stese a riposare. Pensò che forse era quella la prima occasione in cui giaceva senza aver accanto qualcuno che cercasse un abbraccio, o la sua bocca, o il suo sesso, da molto tempo.
Fu turbato dal pensiero di non aver mai provato il desiderio di ricambiare l'amore che riceveva e cominciò a pensare di non meritarlo, di essere arido. Lui si concedeva, era vero, all'amore di quei ragazzi, ma senza mai dare altro che il suo corpo, il suo adorato viso, non il proprio cuore, che mai era stato intaccato da uno struggimento o da un moto di passione amorosa.
Assalito dal panico, che gli torceva lo stomaco, prese a rotolare sull'erba, in preda ad un dolore fisico e interiore dilaniante. Il sudore cominciò a bagnare i suoi ricci biondi e il sole gli parve lo guardasse con interesse, mentre si contorceva a terra.
Giunse così a lambire la riva di un lago, che non aveva notato prima di allora. Si guardò attorno e vide che la radura si era allargata a dismisura e che quel lago poteva facilmente contenere tutto il villaggio nel quale era nato.
Col viso sopra la riva si fermò a guardare la propria immagine riflessa. Vide la sua bellezza, si perse nell.azzurro dei propri occhi, desiderò baciare quella bocca carnosa e turgida, finché una goccia del suo sudore cadde e increspó il pelo dell'acqua. Vide il suo volto contorcersi, in attesa che le piccole onde trovassero quiete e sparissero.
E fu allora che prese coscienza della propria maledizione: la sua immagine faceva innamorare, muoveva l'animo delle persone, le distoglieva dal proprio destino per portarle ad essere schiavi della loro passione. A quale prezzo? L'annullamento dei loro desideri precedenti, il disfacimento di amori, di matrimoni, famiglie che non avrebbero mai trovato unione. E per se stesso, un cuore potente, ma del tutto vuoto ed inutile.
Narciso capi che l'unica felicità che gli sarebbe stata concessa nella vita, sarebbe stata quella provata tra le lenzuola, mentre appagava i suoi desideri di ragazzo.
Distolse lo sguardo dall'acqua, e si volse verso la foresta, voleva fuggire dalla tentazione della propria immagine. E li fu fermato dall'apparizione del dio Apollo, suo padre. Spaventato cadde a terra ed implorò pietà.
Il dio gli parlò con autorevolezza, ma mosso dall'affetto che provava per un figlio così simile a lui: -Narciso, io sono Apollo, tuo padre. Mi unii a tua madre una sola volta e fui punito da mio padre per aver ceduto ad un capriccio. Saresti dovuto morire, ma ho mandato una vecchia, perché ti salvasse e ti allevasse. Ora nella casa degli dei, non si fa che parlare dello scompiglio che hai causato in città. Ormai sei consapevole che le tue straordinarie doti di bellezza possono essere vere maledizioni. Ci sono state morti premature, suicidi ed omicidi in tuo nome. Tu non ne sai nulla perchè ti sei perso nella ricerca del piacere e nell'ansia di abbracciare tutto ciò che ti è stato donato, senza dare nulla in cambio. Di nuovo sono stato incaricato di privarti della vita. Sono venuto qui per mostrarti chi sei, farti vedere che dietro la tua bellezza c'è un mostro... Ma vedo che ne sei consapevole, nessuno potrebbe ignorare il tuo struggimento. Sono tuo padre e dopo il sangue che ho versato non ho voglia alcuna di versarne di mio.-
Narciso era in ginocchio e piangeva guardando il viso del padre. Per la prima volta in vita sua, sentiva il cuore stringersi di dolore. La terribile consapevolezza di non essere ciò che credeva, e di tutto il male che aveva causato, stava già facendo ciò che il padre era stato incaricato di eseguire.
-Non ti ucciderò. Ma tu non dovrai mai più stare tra le genti. Vivrai qui solo nella foresta. Così che nessuno possa mai più essere colto dalla tua bellezza. Il tuo corpo rimarrà per sempre nudo. I vestiti ti cadranno di dosso, e se proverai a tornare in città la gente avrà vergogna delle tue nudità e ti scaccerà. Il tuo corpo sarà per sempre bello, ma farà scandalo e rimarrai solo-.
Narciso prese coraggio e rispose: -Padre io non merito questa benevolenza, non usciròi dalla foresta, e non sfiderò mai lo sguardo umano-.
-Vedo sincerità nelle tue parole. Non farmi pentire nuovamente di averti concesso una esistenza-, si inginocchiò davanti al figlio, gli prese il volto fra le mani e gli baciò naso e fronte. Dopo essersi rialzato, si girò e sparì nella foresta.
Narciso pianse calde lacrime finchè non gli bruciarono gli occhi e sfinito dalla terribile fine della sua fortuna, si addormentò.
Si risvegliò solo a tarda notte, assalito da un castoro che gli mordeva una gamba. Lo scacciò impaurito e fu sorpreso di ritrovarsi nudo sull'erba al buio. Ma subito ricordò la visita del padre e cercò di immaginare come doveva essere la sua vita da allora in poi.
Nei giorni successivi patì la fame, non era abituato a procurarsi del cibo, vagò nella foresta in cerca di frutti e poi di piccoli animali. Spesso si feriva con rami, aghi di pino, artigli, e pietre acuminate. Il dolore inferto ad un corpo nudo che non si può riparare dai tagli e dalle intemperie, lo resero attento, più riflessivo. Spesso rimaneva seduto nella radura a pensare alla vita che avrebbe avuto se non fosse stato così bello, se avesse potuto anche lui amare e non essere causa di tragedie. Non si guardava mai nello specchio d'acqua. Ogni volta, prima di andare a bere, lanciava un grosso sasso, in modo da rompere qualsiasi riflesso.
Seguirono mesi, ed anni. Narciso era sempre uguale, come gli aveva detto il padre, la sua bellezza intoccabile era ora persino arricchita da una nuova luce consapevole negli occhi.
Sognava ancora l'amore, ogni giorno di più. Immaginava di tornare indietro, all'epoca della scuola, di fermarsi a guardare uno di quei giovani con cui aveva dormito, e innamorarsi, prenderlo con se e fuggire assieme nei boschi che ora erano la sua casa e che cominciavano a diventare familiari.
Era giunto il freddo da pochi giorni e diversamente dal solito non trovava cibo con cui sfamarsi. Cominciò ad indebolirai e dopo cinque giorni di digiuno cerco a fatica di trascinarsi verso il lago. Il freddo gli colpiva i fianchi, bruciava le sue braccia, e gli rendeva difficile ogni passo. Quando fu a qualche metro dalla riva vide che uno spesso strato di ghiaccio ricopriva la superficie.
Capi che non sarebbe riuscito a romperlo per bere, e sentì che la sua vita era in pericolo. Forse era questa la fine a cui aveva pensato suo padre.
Si lasciò cadere a terra. Sanguinava dal petto, da un braccio e da entrambe le gambe. La schiena era martoriata dal gelo, tremava come una foglia. Passò molte ore così, assalito da una febbre feroce. Perse conoscenza durante la notte.
Fu svegliato di soprassalto da un gran rumore. Erano le prime luci dell'alba. Si guardò attorno spaventato e fu sorpreso di vedere un ragazzo sulla riva del lago. Era coperto da molte vesti ed era intento a rompere il bordo del ghiaccio.
Narciso lo guardò impaurito. Non avrebbe dovuto star li, nessuno poteva stare in sua presenza. No, non potevano esserci altri guai, doveva alzarsi e scappare nei boschi. Fece di tutto per tirarsi su, ma il suo corpo mezzo addormentato non rispondeva.
Cominciò ad essere assalito dal panico quando sentì una mano toccargli la spalla.
-Tranquillo, non voglio farti del male. Sto rompendo il ghiaccio per darti da bere. Purtroppo non ho acqua con me.- di nuovo si allontanò per tornare presto con una sacca piena d'acqua che avvicinò alla bocca di Narciso.
-Forse non te ne sei reso conto ma deliravi e chiedevi dell'acqua. Ho cercato di coprirti, ma tutte le volte i miei vestiti sono ricaduti a terra. Non capisco-.
-Sarà sempre così, ho una maledizione e ti conviene scappare via da me, non voglio fare più del male-.
Il ragazzo scoppiò a ridere: -Farmi del male? Ma se non riesci nemmeno a stare in piedi? -
-Cosa ci fai qui? Sono anni che vivo tra questi boschi e non ho mai incontrato nessuno. Come ti chiami?-
-Mi chiamo Imset, sono qui perché ieri sera una vecchia vedova è venuta nella mia casa, e mi ha pagato per venire qui a cercarti. Mi ha detto che ti avrei trovato presso il lago e che avrei dovuto semplicemente guardarti-.
Narciso teneva gli occhi chiusi, si vergognava del proprio corpo nudo e rannicchiato cercava di coprirsi.
-Io sono venuto dove la vecchia mi ha detto e ti ho trovato qui. Ho cercato di svegliarti, ma senza risultato, e lo stesso quando ho cercato di coprirti. Così sono stato fermo qui inginocchiato a guardarti finchè non mi hai chiesto dell'acqua. io vivo ad un ora di cammino da qui, sono orfano e non ho molto da offrirti, ma vorrei che mi seguissi, che venissi con me. Perchè non mi guardi?-
Narciso piangeva. Si sentiva così debole, così nudo e vulnerabile di fronte a Imset, che non osava guardarlo.
-Sei nudo e sanguini, ti prego, non ti lascerò qui fuori-.
Narciso smise di piangere, si mise seduto e guardò negli occhi il ragazzo: -Cosa vedi Imset?-
-Vedo l'amore. E tu cosa vedi?-.
Narciso tacque. Rimase li a guardare quel ragazzo che gli sorrideva. Attraverso le lacrime non riusciva a scorgere bene i lineamenti del viso di Imset. Cercò di asciugarsi, ma più
stropicciava gli occhi, più gli bruciavano. -Non riesco a vederti-.
Imset rise: -Quindi potrei essere anche una gorgone?- e gli porse una mano per aiutarlo ad alzarsi.
-No, non lo credo-.
Imset prese Narciso di peso e lo aiutò a sostenersi. -Andiamo, ora reggiti a me-.
I due giovani presero la via del bosco e mano a mano che procedevano Narciso cominciò a riprendere forza. Arrivarono al limitare del bosco, dove sorgevano le prime case di un villaggio. Imset abitava in una di quelle case, ma prima di uscire dagli alberi si fermarono.
Furono ammaliati dal richiamo suadente del mare, che proveniva da un altra direzione. Senza scambiarsi parola Imset disse addio alla sua vita e alla sua casa e si incamminò con il figlio di Apollo. Camminarono per ore, fino a che Narciso senti scaldarsi così tanto il petto da doversi fermare e sedere.
Era seduto a terra e guardava Imset. Gli si allargò un gran sorriso e disse: -Finalmente ti vedo anch'io-.
-E cosa vedi?-.
-Vedo la paura-
Imset si gettò ai piedi di Narciso, e gli baciò le ginocchia. -Perchè? Io ti voglio portare con me, non c'è motivo di avere paura-.
Narciso gli prese le mani, si avvicinò e gli diede un bacio su di una guancia. -Non capisci, io non vedevo, non sentivo, ora sono guarito! Ora finalmente ho paura! Ho tanta paura di perderti, ora che ti ho trovato-.
I due ragazzi si abbracciarono, uscirono dagli alberi tenendosi per mano e trovarono il mare davanti a loro.
Imset guardò Narciso con stupore. -Che faremo ora? Cosa succede?-
Narciso gli accarezzò i capelli e gli regalò il suo più bel sorriso.
-Intanto starai tra le mie braccia. Ti ho aspettato per molti anni. Staremo li, sotto l'erica, dove nessuno potrà raggiungerci-.



Nessuno morì più per Narciso. Con Imset costruirono una casetta di legno tra l'erica e la spiaggia. La loro storia d'amore non fu mai disturbata e risplendette di tale meraviglia da ispirare agli dei dell'Olimpo la creazione di uno splendido fiore, che il ragazzo colse e lo regalò al suo innamorato. Imset lo coltivò e gli diede il nome di Narciso.

lunedì 9 gennaio 2012


Andare avanti senza provare emozioni.
lasciarsi scivolare lungo una fredda vasca,
chiudere gli occhi e volersi addormantare.
Non c'è il minimo rumore,
e questo mi avvolge.
Non sento freddo, il freddo sono io.
E' tutto bianco su sfondo grigio,
lontano, oltre il bordo, quel palpitante bagliore rosso,
più sangue, che vita.
So quello che hai da dirmi,
sono proprio qui ad aspettare che tu lo faccia,
ma mi sto assopendo
e forse aspetterò domani.
Pochi minuti e di nuovo è come prima,
ritorna anche il peso sullo sterno.
Che ne sai di me?
Panni di debolezza che avviluppano
un nocciolo di instabile terribile furore.
Ecco l'antro primordiale,
un pugno di inarrestabile forza,
che si lascia fermare dalla nebbia.
Se potessi ti prenderei la mano,
e ti guiderei qui,
dove tutto sarebbe speranza.

martedì 3 gennaio 2012


Non ti sei accorto quando ho cominciato a prenderti in giro.
L'ho fatto quando più cominciavi a dimostrare di aver bisogno di me.

Prima il tuo attaccamento era scontato e quasi ti veniva di riflesso,
poi hai cominciato a chiamarmi sottovoce, direi di nascosto.
Hai intensificato le tue visite, mi chiamavi sempre più di frequente,
e continuavi a chiedermi se ti volevo bene, se ti amavo
dandolo per scontato anche quando non rispondevo.
Fu allora che cominciai a legarti con la corda che tengo sempre in mano.

Pensavi che ti stessi legando a me,
invece stavo coprendo i tuoi occhi, fasciando i tuoi orecchi,
stavo stringendo le tue membra, e ad ogni giro di corda ti ho indebolito,
ti ho regalato la tristezza coi primi giri attorno la testa,
l'ansia ti è venuta con la corda che premeva sulle tue labbra,
l'angoscia quando ti sei reso conto che non avresti più potuto muovere le braccia.

Quando finalmente hai capito che ti stavo facendo del male,
avevi così bisogno di me per continuare a poter prendere respiro,
che ti sei inginocchiato di fronte a me e hai implorato il mio amore.
Ora che le corde coprono la tua nudità, e hai capito che
ancora pochi giri e potrò finalmente andarmene,
fremi di rabbia, ti senti sciocco e mi insulti.

Non serve a nulla che tremi e che mi chiami urlando.
Lo sai anche tu che non serve che aspetti me per desiderare
e decidere di andartene

giovedì 22 dicembre 2011

Pranzo di Natale

Qualche anno fa ho scritto un post intitolato "mai più un Natale così", ora siamo a ridosso della ricorrenza e mi sembrerebbe di sfuggire al vecchio me stesso se non ci riflettessi sopra.
Sicuramente posso partire in positivo, dicendo che ora va meglio. Raramente mi volto indietro a "rimirar lo passo che non lasciò gia mai persona viva", e quando lo faccio mi stupisco di quanto sia riuscito a resistere immerso nella paura, nell'ansia, nella rabbia.
Oggi non va tutto a gonfie vele, non va nemmeno a vele sgonfie, sono fermo in porto in attesa di avere una rotta da seguire. E allora visto che il tempo è una delle poche cose che non mancano, è bene fare il punto su alcune cose.
Una volta ero più buono. Anni fa ero veramente un pezzo di pane. Ora non più, me ne rendo ben conto, ma va bene così. Non farò mai del male di proposito ad una persona, ma ora so anche che non farò nemmeno del bene a chi del bene si riempie la bocca, ma non sa neanche che cosa sia.
Oggi I. mi ha scritto che sto dimostrando carattere in un'interminabile traversata, si riferiva a questi cinque anni che mi hanno visto per la gran parte in grosse difficoltà personali e lavorative. I. non ha visto molte cose, perchè ci conosciamo da poco, non ha potuto toccare le molte debolezze nelle quali sono caduto, e poi francamente il peggio è avvenuto tempo fa e gli è stato risparmiato. Tuttavia vede abbastanza bene dentro me, soprattutto sa valorizzare quel che riesco a dare. Poco o molto che sia, ora ho qualcosa da distribuire, anzi per dire la verità, non vedo l'ora di dimostrare che dentro questo capoccione c'è qualche buona pepita da spendere.
E poi "che cavolo" sono appena tornato da una vacanza in Kenya interamente regalata da un amico che è stato a lungo il mio compagno. Non ci si può mica lamentare, no? Ora mi sento carino, interessante, forse persino affascinante per certi versi.
Ho nuovi amici preziosi e mi tengo sempre stretti i vecchi. A, Al, I, S, D, L sono tutte preziosissime strade che compongono la mia città. Già per queste iniziali sono una persona che andrebbe invidiata. E allora, forte di questo, ho una gran cosa da dire: vaffanculo a chi mi ha voltato le spalle, vaffanculo a chi mi ha ostacolato, vaffanculo a chi bacia i banchi della chiesa e poi vomita cattiveria alla prima occasione.
Due anni fa ho dovuto chiedere un aiuto, un ultimo aiuto prima di chiudere la baracca e cercare di voltare pagina. E' stato un momento tragico e sono stato aiutato. Questo aiuto l'ho restituito subito, ma non è stato sufficiente. Gli amici si vedono nel momento del bisogno? Si, solo che non sono stato l'unico a vederli. Li hanno visti anche parenti che credevo mi volessero bene. L'arrivismo ha fatto da padrone e, mentre ricordo tutti i natali della mia vita assieme alla mia famiglia, quest'anno, come l'anno scorso, il pranzo di Natale sarà sul tavolo della cucina, sbrigativo, tra me e mia mamma.
Triste vero? Lo pensavo anche io. L'ho pensato finchè non mi sono reso conto che, per essere felice, non mi servono i regali, non mi servono gli auguri, ne' un grosso pranzo, ne' la conversazione, ne' il ritrovarsi con estranei.
Il mio sarà un bel Natale, me ne rendo conto solo ora mentre lo scrivo. Sarà bello perché ci prepareremo quello che ci piace, mangerò senza poi dovermi rotolare a terra dal troppo cibo, mi metterò elegante per la mia mamma, e poi quando mi andrà mi alzerò e mi troverò coi miei amici, che sono, quelli si, la mia famiglia.
E allora... Stavolta vi dico "che continuino pure così i natali"!

mercoledì 14 settembre 2011

INPUT




Nel corso di questa lunga narrazione, da quando ho cominciato ad esternare per iscritto qualche pensiero, e a pubblicarlo in questo blog, sono stati molti e svariati gli stati d'animo che ho descritto. Per la maggior parte, il processo di scrittura è scaturito spontaneamente, magari ispirato da una parola, da una canzone, da una frase di un conoscente. Ho quasi sempre associato un'immagine all'idea che volevo esprimere, o al racconto che volevo fare.
Ultimamente i miei interventi sono stati sporadici. Mi sono chiesto il perché. Forse non ho più come prima il computer sottomano? Meno tempo? Mancanza di interesse?

Credo di avere la risposta giusta: non ho scritto perché non avevo nulla da dire. Semplice, no? Nell'ultimo anno non ho pensato, non ho riflettuto, non mi sono quasi mai guardato dentro.
Si potrebbe ipotizzare, dato il tono triste di alcuni post, che io semplicemente fossi più sereno, e che quindi non avessi lo stimolo a sfogare la rabbia che avevo fino a poco tempo fa. Accetto anche questo punto di vista.
Cosa mi spinge oggi a ritornare? Il tempo, il pensiero, l'input di un amico.
Come al solito quando parto a scrivere non ho un'idea precisa di dove andrò a parare, e la traccia si delinea con il dispiegamento del mio pensiero, che segue logiche algoritmiche tutte sue.

IL TEMPO – IL PENSIERO - Sono a casa. Mando curricula per cambiare lavoro e posso permettermi di star qui a scrivere. Anzi, forse aiuta a farmi un'idea 'a tutto tondo' sulla realtà che sto vivendo. Se stai facendo un'azione, non puoi contemporaneamente osservarti mentre la compi. Un po' come un attore che mentre è in scena non può certo valutare la propria capacità di trasmettere un'emozione. Un po' come i pesci, che non vedono il mare...

L'INPUT – S. ieri mi ha preso una mano. Eravamo davanti ad una porta aperta che dava su di una stanza completamente buia. Come attraversare quell'oscurità? Chi si avventurerebbe a tastoni per cercare di oltrepassarla o di illuminarla in qualche maniera?
Poi mi sono reso conto che quella stanza non è altro che un passaggio obbligato in questo momento della mia vita, non posso tentennare, il pavimento mi fa già scorrere dentro il buio.
L'oscurità non è terrore, non è tristezza, non è difficoltà, è semplicemente buio, un'incognita. E' stato prendere la consapevolezza di entrare in un periodo in cui le possibilità, le strade da percorrere, gli ostacoli, non sono visibili. Posso illuminare questa strada col mio impegno, con la mia intelligenza, e col concorso di altri fattori, ma al momento l'ingresso è dei più neri.

Grazie ad S. e ad I. ho aperto un po' gli occhi ed ho trovato persone pronte a prendermi per mano, anzi, che mi hanno preso le mani e vogliono farsi strada con me. Spero che la determinazione, che devo riuscire a far mia, consenta di spazzare via questo buio e di prendere la porta migliore per il mio futuro, senza che nessuno mi strattoni per non farmi inciampare.

Già altre volte mi sono trovato in situazioni di difficoltà, a dire il vero ben più gravi di questa, nelle quali il buio era addirittura rifugio delle trappole più pericolose e laceranti. Già altre volte sono venuto qui a ringraziare col cuore in gola chi mi tendeva una mano. E questo non è dimenticato.
Anche se ora non sento la mano di A.(F:F:) nella mia, so che è ancora qui vicino a me, magari un passo indietro o uno avanti, ma alza anche lui le braccia a tastare l'oscurità per non farmi andare a sbattere.
E poi ci sono altri, soprattutto D. che merita un sorriso, visti tutti quelli che mi fa fare.
Il cielo sarà anche coperto, la stanza sarà anche buia, ma io qui ho tutti quelli che mi servono per aspettare il sole.
Grazie amici, vi voglio veramente bene.

lunedì 10 gennaio 2011

Sorriso

Ho voglia di sorriderti. È il mio modo per dirti che sono felice di essere, anche solo per un momento, con te. Cosa posso darti, cosa posso fare, per comunicarti che sono qui per te? Vorrei disarmarti, farti rilassare, abbracciarti col mio sorriso. Non pensare esista per tradire nervosismo o nascondere ciò che penso. Ti sorrido perché un pochino ti conosco. Problemi ce ne sono sempre e comunque, è più facile supportarli se c'è qualcuno che sorride al tuo fianco. Il mio vuole essere un sorriso sincero, non di facciata e non per far digerire cose sgradevoli celate dietro. Intendo darti molto, ed è uno dei pochi modi che ho per farlo senza perdere nulla. Ti piace il mio sorriso? Spero di si, lo sai che se mi guardo allo specchio e mi vedo sorridere, smetto subito? :-)

sabato 21 agosto 2010

Cattivo bambino

La potentissima auto sportiva nera sfreccia come un missile tra le strade di periferia.
Il ragazzo alla guida è concentrato sulla strada e pensa ai silenziosi pneumatici neri che solcano la strada bagnata, lasciandovi impresso per un solo istante il loro passaggio. Nell'abitacolo la temperatura è bassissima, la musica batte forte dai diffusori. Lady Gaga al momento.
Ga ga ullallaa
Con uno sbuffo il ragazzo si sposta un ciuffo di capelli biondi dalla fronte. L'auto sfreccia indisturbata nella notte. Una goccia di sudore scende lenta sulla guancia destra, cade dal mento e finisce la sua corsa sulla mano destra del ragazzo, che tiene saldamente la leva del cambio. Le da un'occhiata e sorride.
Ga ga ullalla.
Cattivo bambino insolente. Ride. O meglio sorride compiaciuto. Gli affetti sono lontani e lui, solo, sfreccia sorridendo nella notte, con addosso il profumo della seduzione.

venerdì 19 marzo 2010

il giorno del papà... ciack n.31

Ritorna questo giorno dell'anno, e come fare a non rifletterci?
E' un periodo difficile, di cambianti, di coraggio, di tante paure.
Non voglio rattristarmi, nè piangermi addosso.
Penso a te papà,
alle cose che stavi facendo,
a quanto hai dato alla tua famiglia,
a come sarebbe andata la mia vita se tu ci fossi stato.
E allora l'unico sentimento che voglio lasciare uscire è la rabbia.
La rabbia perché abbiamo perso tempo, quando potevamo viverlo,
la rabbia per quello che hai dovuto soffrire,
per tutte le speranze che sono state falciate,
per la dignità che ti è stata rubata,
per tante opportunità che sono state strappate a me.
Dopo nove anni sono qui a domandarmi come fa certa gente
a non rendersi conto di cos'è la vita.
Gente vuota e schifosa che complica e rovina le esistenze altrui.
Vorrei che tutti provassero a vedersi per un minuto,
come ti ho visto io nel tuo letto di morte,
scheletro mangiato dalla malattia,
sporco di sangue e feci che perdevi,
con due splendidi occhioni sbarrati che mi guardavano,
e gridavano la paura di morire.
Il magone sale ogni volta come quel giorno.
Perché devo essere così legato a questo ricordo?
Perché per me questo giorno significa riempirmi di rabbia?
Io forse non voglio voltare pagina,
me lo voglio tenere ancora stretto a me,
fragile com'era.
Mi fai tanto male, ma non posso fare a meno di stringerti forte.

lunedì 8 marzo 2010


In questo Blog mi sono spesso soffermato sull'amicizia, sulle persone che mi sono vicine. Ho ringraziato chi mi è stato accanto, chi mi ha dato una mano, chi mi ha incoraggiato. Prima ancora, in posts precedenti, ho scritto di quanto io cercavo di essere d'aiuto a chi voglio bene, la mia prerogativa all'ascolto. Ho spesso definito l'amicizia una condivisione, e come tale un rapporto per forza biunivoco, a due direzioni. Come rimangiarsi queste affermazioni? Sono così lapalissianamente condivise, che conviene proseguire su questa strada.
Una persona a me vicina si chiede se gli amici che ora la circondano, si dimostrerebbero realmente tali in caso di bisogno. Una sorta di preoccupazione preventiva? Un mettere le mani avanti, o una percezione presente? Io credo non ci si possa preoccupare della consistenza dei propri amici, se non proprio nel momento in cui senti delle mancanze in loro.
Mi dispiace sentirmi dire certe cose. Mi fa male sentire che sono stato abituato a trovare in questa persona, una presenza costante, un orecchio per i miei drammi e le mie paturnie. Mi irrita sentire che io, come altri, avrei sempre giudicato "splendida" la sua vita, non curandomi delle sue possibili criticità.
Poi provo a mettermi nei suoi panni, analizzo per quanto posso la situazione. Può essere che io sia talmente preso dalle mie cose, da non accorgermi di sue difficoltà? Ci provo veramente a vedere con i suoi occhi, e ancora non riesco a comprenderlo. Non condivido le sue analisi perché partono da realtà totalmente diverse da quelle che ho vissuto. Io non ho mai considerato facile o splendida la sua vita. Spesso con un altro amico discutiamo della percezione che possono avere gli altri di problemi estranei al loro vissuto, a cui non sono mai stati abituati. Una persona che non vive pienamente la mia realtà o quella di qualsiasi altro, che non sa cosa vuol dire stare in quel posto, non conosce le sensazioni che si provano. Per questo non mi sono mai permesso di considerare migliore o peggiore l'esistenza altrui in rapporto alla mia, anche perché non sempre le persone lasciano trasparire i problemi che le angosciano. Solo se qualcuno venisse da me e sprizzasse serenità da tutti i pori, mi parlasse di tutte le belle cose che gli succedono o che fa, potrei considerarlo fortunato ed in una posizione probabilmente migliore in quella nella qualle mi trovo io od altri.
Mi mortifica che una persona che io sento molto vicina possa pensare che io mi metta a giudicare così le vite altrui, che mi senta talmente vittima delle circostanze, talmente derelitto da additare gli altri come privilegiati. Questo blog raccoglie anche troppo spesso miei sfoghi o pensieri tristi relativi alle mie difficoltà, ma ho sempre ben presente di non essere l'unico ad averne e anzi, ben conscio dell'esisnza di realtà infernali a confronto. Quindi perché pensare che io sia così arido da chiudermi in un mantello di "sfortune" e non vedere al di la del mio naso che succede?
Rifiuto categoricamente questa accusa, e lo stesso fatto che mi ponga delle domande, che vada più a fondo in queste cose, è testimonianza della mia amicizia, della mia vicinanza, altrimenti uno se ne fregherebbe, no?
Detto questo, mi sono sentito rinfacciare quel che è stato fatto per me, sono stato umiliato nel sentire le analisi di ogni mio singolo comportamento, sono stato accusato di fare unicamente ciò di cui ho voglia. Io, che da piccolo non avevo amici, che ho sempre considerato l'intimità dei rapporti come la cosa più preziosa che c'è nella vita, che ho sempre vissuto l'amicizia come la conquista di un grande bene, sono mortificato da questa guerra preventiva, che non è altro che disagio vissuto da una persona a cui voglio bene, su basi inesistenti, che non c'entrano nulla con me ed il mio carattere. Questo amico si chiede "da quando questa amicizia è diventato un rapporto a senso unico"? Questo mi offende, mi ricorda quando io ammisi lo stesso errore. Ho cercato di farlo capire, ma vedo che c'è dall'altra parte una incrollabile certezza. Ho cercato di far vedere quello di cui mi preoccupo, quello che anche io condivido nell'amizia, ma non c'è verso.
Contemporaneamente ora ho un percorso difficile da affrontare, una via obbligata che non mi lascerà spazio per qualche settimana. Difficile quindi sia dare che ricevere in un breve periodo che mi assorbirà molto. Non è chiudersi in se stessi. E' semplicemente affrontare le cose. La porta ovviamente è aperta, e lo rimarrà sempre, ma mi vedo più come un solitario viaggiatore in questo momento. Spero tanto, e ne sono certo, che durante il tragitto ci siano tante cose belle da condividere coi miei amici, e che alla fine io possa dedicarmi molto di più a loro e alle loro esigenze.
Nel frattempo però, io sono il ragazzo della foto, se volete parlare con me, dovete fare un fischio e attirare la mia attenzione, sennò tirerò dritto e solo alla fine della strada mi congiungerò a voi. Sono ancora pochi passi, ma pesanti.

sabato 6 marzo 2010

Classe dirigente?


Io mi chiedo: che senso ha nel nostro Paese dibattere di politica? O meglio: che utilità può avere ancora lo scontro politico, o la stessa dialettica che dallo scenario romano si propaga alle realtà più piccole? Si può amare la discussione su determinate materie, su aspetti dell'economia, o sugli approcci migliori per risolvere problemi annosi, ma sicuramente al di fuori dello schema politico, o meglio partitico esistente.
Il nostro Paese è strozzato storicamente da problemi di cui si continua a discutere, su cui si fanno noiosissime puntate di scadenti talk shows, sui quali si incentrano dibattiti parlamentari e conferenze di cui non rimane nulla. Una marea di chiacchiere, incanalate in centinaia di infruttuosi rivoli. Una sconfortante situazione che stagna a causa del più grande dei nostri problemi: la classe dirigente.
Quante volte si sente dire che i nostri parlamentari prendono stipendi esorbitanti? Quante volte si usa il verbo "mangiare" in relazione alle attività dei nostri amministratori? Anche queste sono chiacchiere inutili. Il problema non è che chi sta al vertice possa o meno approfittarsi della situazione. E' una questione sicuramente secondaria rispetto a quella che viene in primo piano: c'è una classe dirigente che non sa prendere decisioni, che non ha iniziativa, che non si assume la responsabilità di scelte importanti, che non sa guidare un Paese. A volte mi stupisco di quanto spazio venga dato nel pubblico dibattito alle questioni di cui si occupa la nostra politica. Di cosa si parla nei nostri tg? Di cosa leggiamo sui nostri quotidiani? In questi giorni si legge di: par condicio, liste ammesse o escluse alle elezioni regionali, di decreti ad hoc. Si parla dei problemi pratici a cui ha a che fare la nostra pletora di amministratori, nei vari atti e fatti preposti alla sua stessa esistenza. Solo perché siamo in campagna elettorale? Chi legge sa benissimo che questo è all'ordine del giorno nel nostro Paese e che sono pietanze presenti tutti i giorni sulle nostre tavole.
Sorrido dei vecchietti all'osteria che si scontrano dividendosi tra sinistra e destra, tra berlusconiani e ... non berlusconiani. Rifuggo alle filippiche anticomuniste, o antiberlusconiane dei più giovani. Ma che senso ha tutto questo? Non si dovrebbe parlare di sistemi di approvvigionamento energetico? Di politiche contro la dipendenza dal petrolio e dai paesi che lo estraggono? Di testamento biologico? Di rafforzamento delle infrastrutture per i trasporti?
No. La nostra nazione è divisa tra le ballerine dell'uno, e i naufraghi dell'altro. Ma andiamo in profondità e guardiamo al panorama politico. Pdl: un movimento baraccone che anzichè portare avanti istanze liberiste e liberali, si limita a tenere una facciata rasserenante. Quel che di buono viene proposto da qualche esponente, viene puntulamente smentito da un altro e comunque alla fine soccombe nel calderone del compromesso di partito o di governo. E lasciamo stare lo strapotere del leader, perché se non ci fosse quello, non ci sarebbe nemmeno il movimento politico. Pd: un'accozzaglia di tutti quelli che ci stanno, a fare cosa non sanno. Un eterno parapiglia, un continuo attorcigliarsi in se stesso per arrivare ad avere una posizione comune, figuriamoci una proposta. Un deserto di idee, senza un lumicino di entusiasmo, di voglia di cambiare le cose. L'ennesima promessa mancata. Udc: il partito di quello che non ci stava a farsi inghiottire dal bipolarismo, di quelli che "devo avere il mio orticello", conservatoristi del proprio potere, magari poco, ma proprio. Idee? Mmm... il quoziente familiare! Bella scoperta! Lo vogliono tutti, ma nessuno lo fa. I radicali: un contenuto di buone idee, qualche buona posizione, poche vere proposte, ma nessun contenitore, nessuna speranza, nessuna capacità di venir fuori. La sinistra radicale: non pervenuta. Ed ora veniamo al bello. L'Italia dei Valori: il peggio della politica degli interessi personali, della inesistente capacità di governo. Un partito, quello si, ad uso e consumo del suo leader. Uno che se non ci fosse Berlusconi, sarebbe di destra. Uno che non ha idee proprie. Uno che sta dove non stanno gli altri. La parola d'ordine è coprire le zone di elettorato non coperto dagli altri, fino all'assurdo di sostenere le lotte dei superprivilegiati Alitalia, davanti allo stupore di tutti. Notizia del giorno: richiesta di impeachment per Napolitano che, poveretto, ha firmato il decreto assolvi-pastrocchio del governo. Urla più forte degli altri, sostiene l'insostenibile per essere in primo piano. E se gli dessimo in mano il governo? Quale sarebbe la sua politica? Boh...
Povera Italia.