
In questo Blog mi sono spesso soffermato sull'amicizia, sulle persone che mi sono vicine. Ho ringraziato chi mi è stato accanto, chi mi ha dato una mano, chi mi ha incoraggiato. Prima ancora, in posts precedenti, ho scritto di quanto io cercavo di essere d'aiuto a chi voglio bene, la mia prerogativa all'ascolto. Ho spesso definito l'amicizia una condivisione, e come tale un rapporto per forza biunivoco, a due direzioni. Come rimangiarsi queste affermazioni? Sono così lapalissianamente condivise, che conviene proseguire su questa strada.
Una persona a me vicina si chiede se gli amici che ora la circondano, si dimostrerebbero realmente tali in caso di bisogno. Una sorta di preoccupazione preventiva? Un mettere le mani avanti, o una percezione presente? Io credo non ci si possa preoccupare della consistenza dei propri amici, se non proprio nel momento in cui senti delle mancanze in loro.
Mi dispiace sentirmi dire certe cose. Mi fa male sentire che sono stato abituato a trovare in questa persona, una presenza costante, un orecchio per i miei drammi e le mie paturnie. Mi irrita sentire che io, come altri, avrei sempre giudicato "splendida" la sua vita, non curandomi delle sue possibili criticità.
Poi provo a mettermi nei suoi panni, analizzo per quanto posso la situazione. Può essere che io sia talmente preso dalle mie cose, da non accorgermi di sue difficoltà? Ci provo veramente a vedere con i suoi occhi, e ancora non riesco a comprenderlo. Non condivido le sue analisi perché partono da realtà totalmente diverse da quelle che ho vissuto. Io non ho mai considerato facile o splendida la sua vita. Spesso con un altro amico discutiamo della percezione che possono avere gli altri di problemi estranei al loro vissuto, a cui non sono mai stati abituati. Una persona che non vive pienamente la mia realtà o quella di qualsiasi altro, che non sa cosa vuol dire stare in quel posto, non conosce le sensazioni che si provano. Per questo non mi sono mai permesso di considerare migliore o peggiore l'esistenza altrui in rapporto alla mia, anche perché non sempre le persone lasciano trasparire i problemi che le angosciano. Solo se qualcuno venisse da me e sprizzasse serenità da tutti i pori, mi parlasse di tutte le belle cose che gli succedono o che fa, potrei considerarlo fortunato ed in una posizione probabilmente migliore in quella nella qualle mi trovo io od altri.
Mi mortifica che una persona che io sento molto vicina possa pensare che io mi metta a giudicare così le vite altrui, che mi senta talmente vittima delle circostanze, talmente derelitto da additare gli altri come privilegiati. Questo blog raccoglie anche troppo spesso miei sfoghi o pensieri tristi relativi alle mie difficoltà, ma ho sempre ben presente di non essere l'unico ad averne e anzi, ben conscio dell'esisnza di realtà infernali a confronto. Quindi perché pensare che io sia così arido da chiudermi in un mantello di "sfortune" e non vedere al di la del mio naso che succede?
Rifiuto categoricamente questa accusa, e lo stesso fatto che mi ponga delle domande, che vada più a fondo in queste cose, è testimonianza della mia amicizia, della mia vicinanza, altrimenti uno se ne fregherebbe, no?
Detto questo, mi sono sentito rinfacciare quel che è stato fatto per me, sono stato umiliato nel sentire le analisi di ogni mio singolo comportamento, sono stato accusato di fare unicamente ciò di cui ho voglia. Io, che da piccolo non avevo amici, che ho sempre considerato l'intimità dei rapporti come la cosa più preziosa che c'è nella vita, che ho sempre vissuto l'amicizia come la conquista di un grande bene, sono mortificato da questa guerra preventiva, che non è altro che disagio vissuto da una persona a cui voglio bene, su basi inesistenti, che non c'entrano nulla con me ed il mio carattere. Questo amico si chiede "da quando questa amicizia è diventato un rapporto a senso unico"? Questo mi offende, mi ricorda quando io ammisi lo stesso errore. Ho cercato di farlo capire, ma vedo che c'è dall'altra parte una incrollabile certezza. Ho cercato di far vedere quello di cui mi preoccupo, quello che anche io condivido nell'amizia, ma non c'è verso.
Contemporaneamente ora ho un percorso difficile da affrontare, una via obbligata che non mi lascerà spazio per qualche settimana. Difficile quindi sia dare che ricevere in un breve periodo che mi assorbirà molto. Non è chiudersi in se stessi. E' semplicemente affrontare le cose. La porta ovviamente è aperta, e lo rimarrà sempre, ma mi vedo più come un solitario viaggiatore in questo momento. Spero tanto, e ne sono certo, che durante il tragitto ci siano tante cose belle da condividere coi miei amici, e che alla fine io possa dedicarmi molto di più a loro e alle loro esigenze.
Nel frattempo però, io sono il ragazzo della foto, se volete parlare con me, dovete fare un fischio e attirare la mia attenzione, sennò tirerò dritto e solo alla fine della strada mi congiungerò a voi. Sono ancora pochi passi, ma pesanti.
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