venerdì 19 marzo 2010

il giorno del papà... ciack n.31

Ritorna questo giorno dell'anno, e come fare a non rifletterci?
E' un periodo difficile, di cambianti, di coraggio, di tante paure.
Non voglio rattristarmi, nè piangermi addosso.
Penso a te papà,
alle cose che stavi facendo,
a quanto hai dato alla tua famiglia,
a come sarebbe andata la mia vita se tu ci fossi stato.
E allora l'unico sentimento che voglio lasciare uscire è la rabbia.
La rabbia perché abbiamo perso tempo, quando potevamo viverlo,
la rabbia per quello che hai dovuto soffrire,
per tutte le speranze che sono state falciate,
per la dignità che ti è stata rubata,
per tante opportunità che sono state strappate a me.
Dopo nove anni sono qui a domandarmi come fa certa gente
a non rendersi conto di cos'è la vita.
Gente vuota e schifosa che complica e rovina le esistenze altrui.
Vorrei che tutti provassero a vedersi per un minuto,
come ti ho visto io nel tuo letto di morte,
scheletro mangiato dalla malattia,
sporco di sangue e feci che perdevi,
con due splendidi occhioni sbarrati che mi guardavano,
e gridavano la paura di morire.
Il magone sale ogni volta come quel giorno.
Perché devo essere così legato a questo ricordo?
Perché per me questo giorno significa riempirmi di rabbia?
Io forse non voglio voltare pagina,
me lo voglio tenere ancora stretto a me,
fragile com'era.
Mi fai tanto male, ma non posso fare a meno di stringerti forte.

lunedì 8 marzo 2010


In questo Blog mi sono spesso soffermato sull'amicizia, sulle persone che mi sono vicine. Ho ringraziato chi mi è stato accanto, chi mi ha dato una mano, chi mi ha incoraggiato. Prima ancora, in posts precedenti, ho scritto di quanto io cercavo di essere d'aiuto a chi voglio bene, la mia prerogativa all'ascolto. Ho spesso definito l'amicizia una condivisione, e come tale un rapporto per forza biunivoco, a due direzioni. Come rimangiarsi queste affermazioni? Sono così lapalissianamente condivise, che conviene proseguire su questa strada.
Una persona a me vicina si chiede se gli amici che ora la circondano, si dimostrerebbero realmente tali in caso di bisogno. Una sorta di preoccupazione preventiva? Un mettere le mani avanti, o una percezione presente? Io credo non ci si possa preoccupare della consistenza dei propri amici, se non proprio nel momento in cui senti delle mancanze in loro.
Mi dispiace sentirmi dire certe cose. Mi fa male sentire che sono stato abituato a trovare in questa persona, una presenza costante, un orecchio per i miei drammi e le mie paturnie. Mi irrita sentire che io, come altri, avrei sempre giudicato "splendida" la sua vita, non curandomi delle sue possibili criticità.
Poi provo a mettermi nei suoi panni, analizzo per quanto posso la situazione. Può essere che io sia talmente preso dalle mie cose, da non accorgermi di sue difficoltà? Ci provo veramente a vedere con i suoi occhi, e ancora non riesco a comprenderlo. Non condivido le sue analisi perché partono da realtà totalmente diverse da quelle che ho vissuto. Io non ho mai considerato facile o splendida la sua vita. Spesso con un altro amico discutiamo della percezione che possono avere gli altri di problemi estranei al loro vissuto, a cui non sono mai stati abituati. Una persona che non vive pienamente la mia realtà o quella di qualsiasi altro, che non sa cosa vuol dire stare in quel posto, non conosce le sensazioni che si provano. Per questo non mi sono mai permesso di considerare migliore o peggiore l'esistenza altrui in rapporto alla mia, anche perché non sempre le persone lasciano trasparire i problemi che le angosciano. Solo se qualcuno venisse da me e sprizzasse serenità da tutti i pori, mi parlasse di tutte le belle cose che gli succedono o che fa, potrei considerarlo fortunato ed in una posizione probabilmente migliore in quella nella qualle mi trovo io od altri.
Mi mortifica che una persona che io sento molto vicina possa pensare che io mi metta a giudicare così le vite altrui, che mi senta talmente vittima delle circostanze, talmente derelitto da additare gli altri come privilegiati. Questo blog raccoglie anche troppo spesso miei sfoghi o pensieri tristi relativi alle mie difficoltà, ma ho sempre ben presente di non essere l'unico ad averne e anzi, ben conscio dell'esisnza di realtà infernali a confronto. Quindi perché pensare che io sia così arido da chiudermi in un mantello di "sfortune" e non vedere al di la del mio naso che succede?
Rifiuto categoricamente questa accusa, e lo stesso fatto che mi ponga delle domande, che vada più a fondo in queste cose, è testimonianza della mia amicizia, della mia vicinanza, altrimenti uno se ne fregherebbe, no?
Detto questo, mi sono sentito rinfacciare quel che è stato fatto per me, sono stato umiliato nel sentire le analisi di ogni mio singolo comportamento, sono stato accusato di fare unicamente ciò di cui ho voglia. Io, che da piccolo non avevo amici, che ho sempre considerato l'intimità dei rapporti come la cosa più preziosa che c'è nella vita, che ho sempre vissuto l'amicizia come la conquista di un grande bene, sono mortificato da questa guerra preventiva, che non è altro che disagio vissuto da una persona a cui voglio bene, su basi inesistenti, che non c'entrano nulla con me ed il mio carattere. Questo amico si chiede "da quando questa amicizia è diventato un rapporto a senso unico"? Questo mi offende, mi ricorda quando io ammisi lo stesso errore. Ho cercato di farlo capire, ma vedo che c'è dall'altra parte una incrollabile certezza. Ho cercato di far vedere quello di cui mi preoccupo, quello che anche io condivido nell'amizia, ma non c'è verso.
Contemporaneamente ora ho un percorso difficile da affrontare, una via obbligata che non mi lascerà spazio per qualche settimana. Difficile quindi sia dare che ricevere in un breve periodo che mi assorbirà molto. Non è chiudersi in se stessi. E' semplicemente affrontare le cose. La porta ovviamente è aperta, e lo rimarrà sempre, ma mi vedo più come un solitario viaggiatore in questo momento. Spero tanto, e ne sono certo, che durante il tragitto ci siano tante cose belle da condividere coi miei amici, e che alla fine io possa dedicarmi molto di più a loro e alle loro esigenze.
Nel frattempo però, io sono il ragazzo della foto, se volete parlare con me, dovete fare un fischio e attirare la mia attenzione, sennò tirerò dritto e solo alla fine della strada mi congiungerò a voi. Sono ancora pochi passi, ma pesanti.

sabato 6 marzo 2010

Classe dirigente?


Io mi chiedo: che senso ha nel nostro Paese dibattere di politica? O meglio: che utilità può avere ancora lo scontro politico, o la stessa dialettica che dallo scenario romano si propaga alle realtà più piccole? Si può amare la discussione su determinate materie, su aspetti dell'economia, o sugli approcci migliori per risolvere problemi annosi, ma sicuramente al di fuori dello schema politico, o meglio partitico esistente.
Il nostro Paese è strozzato storicamente da problemi di cui si continua a discutere, su cui si fanno noiosissime puntate di scadenti talk shows, sui quali si incentrano dibattiti parlamentari e conferenze di cui non rimane nulla. Una marea di chiacchiere, incanalate in centinaia di infruttuosi rivoli. Una sconfortante situazione che stagna a causa del più grande dei nostri problemi: la classe dirigente.
Quante volte si sente dire che i nostri parlamentari prendono stipendi esorbitanti? Quante volte si usa il verbo "mangiare" in relazione alle attività dei nostri amministratori? Anche queste sono chiacchiere inutili. Il problema non è che chi sta al vertice possa o meno approfittarsi della situazione. E' una questione sicuramente secondaria rispetto a quella che viene in primo piano: c'è una classe dirigente che non sa prendere decisioni, che non ha iniziativa, che non si assume la responsabilità di scelte importanti, che non sa guidare un Paese. A volte mi stupisco di quanto spazio venga dato nel pubblico dibattito alle questioni di cui si occupa la nostra politica. Di cosa si parla nei nostri tg? Di cosa leggiamo sui nostri quotidiani? In questi giorni si legge di: par condicio, liste ammesse o escluse alle elezioni regionali, di decreti ad hoc. Si parla dei problemi pratici a cui ha a che fare la nostra pletora di amministratori, nei vari atti e fatti preposti alla sua stessa esistenza. Solo perché siamo in campagna elettorale? Chi legge sa benissimo che questo è all'ordine del giorno nel nostro Paese e che sono pietanze presenti tutti i giorni sulle nostre tavole.
Sorrido dei vecchietti all'osteria che si scontrano dividendosi tra sinistra e destra, tra berlusconiani e ... non berlusconiani. Rifuggo alle filippiche anticomuniste, o antiberlusconiane dei più giovani. Ma che senso ha tutto questo? Non si dovrebbe parlare di sistemi di approvvigionamento energetico? Di politiche contro la dipendenza dal petrolio e dai paesi che lo estraggono? Di testamento biologico? Di rafforzamento delle infrastrutture per i trasporti?
No. La nostra nazione è divisa tra le ballerine dell'uno, e i naufraghi dell'altro. Ma andiamo in profondità e guardiamo al panorama politico. Pdl: un movimento baraccone che anzichè portare avanti istanze liberiste e liberali, si limita a tenere una facciata rasserenante. Quel che di buono viene proposto da qualche esponente, viene puntulamente smentito da un altro e comunque alla fine soccombe nel calderone del compromesso di partito o di governo. E lasciamo stare lo strapotere del leader, perché se non ci fosse quello, non ci sarebbe nemmeno il movimento politico. Pd: un'accozzaglia di tutti quelli che ci stanno, a fare cosa non sanno. Un eterno parapiglia, un continuo attorcigliarsi in se stesso per arrivare ad avere una posizione comune, figuriamoci una proposta. Un deserto di idee, senza un lumicino di entusiasmo, di voglia di cambiare le cose. L'ennesima promessa mancata. Udc: il partito di quello che non ci stava a farsi inghiottire dal bipolarismo, di quelli che "devo avere il mio orticello", conservatoristi del proprio potere, magari poco, ma proprio. Idee? Mmm... il quoziente familiare! Bella scoperta! Lo vogliono tutti, ma nessuno lo fa. I radicali: un contenuto di buone idee, qualche buona posizione, poche vere proposte, ma nessun contenitore, nessuna speranza, nessuna capacità di venir fuori. La sinistra radicale: non pervenuta. Ed ora veniamo al bello. L'Italia dei Valori: il peggio della politica degli interessi personali, della inesistente capacità di governo. Un partito, quello si, ad uso e consumo del suo leader. Uno che se non ci fosse Berlusconi, sarebbe di destra. Uno che non ha idee proprie. Uno che sta dove non stanno gli altri. La parola d'ordine è coprire le zone di elettorato non coperto dagli altri, fino all'assurdo di sostenere le lotte dei superprivilegiati Alitalia, davanti allo stupore di tutti. Notizia del giorno: richiesta di impeachment per Napolitano che, poveretto, ha firmato il decreto assolvi-pastrocchio del governo. Urla più forte degli altri, sostiene l'insostenibile per essere in primo piano. E se gli dessimo in mano il governo? Quale sarebbe la sua politica? Boh...
Povera Italia.

giovedì 4 marzo 2010

Il tempo che passa

Tic tic tac
le ore passano in fretta,
anche se non so dove vadano.
Periodo di cambiamenti.
Un percorso minato ti si stende davanti.
Ogni passo è un minuto,
ed ogni minuto devi compiere un'azione.
Tic tic tac
è inesorabile.
Se non vai avanti le cose si accumulano,
i problemi si aggravano,
le bocche si aprono,
e non c'è coperta che tenga fuori le parole,
che ti inondano e ti fanno saltare per aria.
Tic tic tac
non c'è scelta.
il percorso è tracciato,
e tutte le strade che provi ti vengono sbarrate.
Questa è la via,
che ti piaccia o meno.
Sono qui seduto e lo sento tictaccare
Tic tic tac
I giorni passano
e in men che non si dica passano le settimane ed i mesi.
Quasi non ti sei reso conto di aver vissuto,
rimani a bocca aperta ripensando a quel che hai passato,
a come, in fondo, le cose siano piccole, e che sei sopravvissuto.
Ma non c'è più tempo per questo pensiero... perchè
Tic Tic Tac
Il momento è già passato.

martedì 2 marzo 2010

Aggiornamenti...

neanche una mossa è andata bene,
ed ora la scacchiera vuole il suo prezzo.
Rimango solo io lì sopra,
senza pedine da giocare.
Mi sento mangiato dai quadri.