
lunedì 30 marzo 2009
venerdì 27 marzo 2009
Le confidenze: metafora del bicchiere e della caraffa.
In un rapporto d'amicizia è normale scambiarsi confidenze. Un'amicizia intima e stretta non può sussistere senza questo reciproco scambio.
Io purtroppo al riguardo sono un po' chiuso, non amo parlare di me, non riesco ad aprirmi facilmente, anche nei confronti del prossimo più caro che ho. Se poi aggiungo che vivo gran parte della mia giornata nel perenne tentativo, riuscito, di distrarmi dal pensiero dei miei problemi, sicuramente il parlarne risulta l'ultima cosa che farei.
Forse per questo motivo sono diventato un buon ascoltatore. Sentire le persone a cui voglio bene è diventata una cosa abituale, che mi dà soddisfazione e che mi fa sentire utile per qualcuno. Ascolto, mi faccio un'idea, e se mi viene richiesto dico anche un parere. Mi accorgo che questa attività è utile, a me e a chi parla con me.
Le cose cambiano quando anziché parlarmi di problemi, di vicende, di dubbi, mi si parla solo per esprimere lamentele. Parlare dei propri problemi non è lamentarsi. Ci si apre all'amico, si condivide momentaneamente la visione di cose, di situazioni, e magari assieme si trova qualche buon spunto per risolvere, o quantomeno per aggirare alcuni ostacoli.
Lamentarsi è molto diverso. Non si focalizza lo sguardo sull'oggetto di un problema, ma sulla propria persona: si è la vittima inconsolabile dei terribili fatti del mondo, che inspiegabilmente si accaniscono su di noi.
Ecco io credo che questo sia sbagliato, ed ingiusto nei confronti di se stessi e della persona con la quale si parla. La realtà di tutti, di tutte le famiglie, di tutte le imprese, si è riempita di problemi, da semplici inconvenienti, a grandi drammi. Una persona non può dilaniarsi la vita solo a pensare alle proprie disgrazie, alle proprie mancanze ed ineguatezze. Siamo in tanti e lo sconforto dobbiamo cercare di limitarlo al massimo, proprio per lasciare spazio e accogliere quanto di buono ci può essere tra tutte le pieghe dei vestiti che ci ricoprono.
Nell'ultimo periodo mi è capitato di sentirmi saturo di queste confidenze limitate alle lamentele. Le confidenze in sè non hanno alcuna corporeità, nessun peso, mentre le lamentele sono fisicamente tangibili, hanno un loro peso specifico e occupano uno spazio. Pertanto mi è saltata alla mente la metafora del bicchiere e della caraffa. E' solo un mio pensiero, nulla di realmente prezioso per la cultura umana, però leggete e ditemi se condividete. La formulo a mo di teoria, ma ripeto, non è nulla di serio.
Metafora.
L'ascoltatore è come un bicchiere e colui che si confida è una caraffa.
Io sono un bicchiere. Voi siete delle caraffe.
Le caraffe sono ovviamente più o meno piene o vuote, ma i loro contenuti sono dei più vari. Quando una persona si confida, versa nel bicchiere sostanze eteree, di nessun peso, che non occupano spazio, non riempiono nemmeno il fondo del bicchiere, anzi, lo colorano e lo abbelliscono di splendidi riflessi ambrati.
Quando invece una persona versa lamentele, dalla caraffa scende un liquido in qualche modo vischioso, pesante, di colore omogeneo. Il bicchiere comincia a riempirsi. Devo dire che mi sono reso conto che il bicchiere ha una capacità veramente sorprendente. A volte possono passare mesi prima che si riempia. Ma poi succede inevitabilmente che si raggiunga il bordo, e come tutti sanno, se si continua a versare, traborda e ne nasce un bel pasticcio!
A volte anche se avverti le persone, queste non ti sentono, prese dalla foga delle loro lamentele, persi nel nero delle loro vite, magari grigie in confronto a quelle di altri che realmente non si capisce come vadano avanti, continuano a versare.
Non si rendono conto che bisognerebbe avere una misura. Se si lascia dritta per un po' la caraffa, il liquido che c'è nel bicchiere evaporerà, magari lentamente, ma il livello scenderà. Solo quando si nota che il livello è un po' sceso, si può riprendere a versare.
L'evaporazione è ovviamente un processo lento, ci vuol tempo, ma anch'essa dipende da un altro fattore: la temperatura. Ad una temperatura più alta, il liquido evapora rapidamente. Mano a mano che scende, l'evaporazione rallenta.
Ovviamente sto parlando della temperatura del rapporto, dell'amicizia nel caso concreto. Nell'ambito di una amicizia viva e salda, è normale che si riesca a digerire (evaporare) in fretta e quindi anche l'ascoltatore (bicchiere) può presto ricevere ancora. Se invece le persone si allontanano, la temperatura scende, e sarà sempre più difficile riprendere a versare in un bicchiere che non accenna a svuotarsi.
Attenzione: se la temperatura va sotto lo zero, il liquido ghiaccia, espande, ed il bicchiere va in frantumi... Se succede non ce ne saranno altri da riempire.
Morale della favola? Se vuoi continuare a versare, devi scaldare il rapporto. Ma prima di tutto devi renderti conto che stai continuando a versare in un bicchiere pieno. Se non vuoi scaldare il rapporto allora devi aspettare un bel pezzo prima di riprendere a versare. Tuttavia, la cosa preferibile, sarebbe cominciare a versare più parte di quelle sostanze colorate ed eteree, e meno parte di liquido vischioso. Se poi aggiungo che facendo in quest'ultima maniera, scaldi anche la temperatura...
Più di così non saprei come spiegare!
Ah visto che l'ho esposta come una teoria, dico anche dove questa è debole. Magari voi lettori potete aiutarmi. Non sono ancora riuscito a capire se il bicchiere è solo uno, o ce ne è uno per ogni caraffa.
Un bacione a tutti, anche al diretto interessato, per il quale voglio molto bene, sennò non farei tutti sti pensieri.
Vasco.
Io purtroppo al riguardo sono un po' chiuso, non amo parlare di me, non riesco ad aprirmi facilmente, anche nei confronti del prossimo più caro che ho. Se poi aggiungo che vivo gran parte della mia giornata nel perenne tentativo, riuscito, di distrarmi dal pensiero dei miei problemi, sicuramente il parlarne risulta l'ultima cosa che farei.
Forse per questo motivo sono diventato un buon ascoltatore. Sentire le persone a cui voglio bene è diventata una cosa abituale, che mi dà soddisfazione e che mi fa sentire utile per qualcuno. Ascolto, mi faccio un'idea, e se mi viene richiesto dico anche un parere. Mi accorgo che questa attività è utile, a me e a chi parla con me.
Le cose cambiano quando anziché parlarmi di problemi, di vicende, di dubbi, mi si parla solo per esprimere lamentele. Parlare dei propri problemi non è lamentarsi. Ci si apre all'amico, si condivide momentaneamente la visione di cose, di situazioni, e magari assieme si trova qualche buon spunto per risolvere, o quantomeno per aggirare alcuni ostacoli.
Lamentarsi è molto diverso. Non si focalizza lo sguardo sull'oggetto di un problema, ma sulla propria persona: si è la vittima inconsolabile dei terribili fatti del mondo, che inspiegabilmente si accaniscono su di noi.
Ecco io credo che questo sia sbagliato, ed ingiusto nei confronti di se stessi e della persona con la quale si parla. La realtà di tutti, di tutte le famiglie, di tutte le imprese, si è riempita di problemi, da semplici inconvenienti, a grandi drammi. Una persona non può dilaniarsi la vita solo a pensare alle proprie disgrazie, alle proprie mancanze ed ineguatezze. Siamo in tanti e lo sconforto dobbiamo cercare di limitarlo al massimo, proprio per lasciare spazio e accogliere quanto di buono ci può essere tra tutte le pieghe dei vestiti che ci ricoprono.
Nell'ultimo periodo mi è capitato di sentirmi saturo di queste confidenze limitate alle lamentele. Le confidenze in sè non hanno alcuna corporeità, nessun peso, mentre le lamentele sono fisicamente tangibili, hanno un loro peso specifico e occupano uno spazio. Pertanto mi è saltata alla mente la metafora del bicchiere e della caraffa. E' solo un mio pensiero, nulla di realmente prezioso per la cultura umana, però leggete e ditemi se condividete. La formulo a mo di teoria, ma ripeto, non è nulla di serio.
Metafora.
L'ascoltatore è come un bicchiere e colui che si confida è una caraffa.
Io sono un bicchiere. Voi siete delle caraffe.
Le caraffe sono ovviamente più o meno piene o vuote, ma i loro contenuti sono dei più vari. Quando una persona si confida, versa nel bicchiere sostanze eteree, di nessun peso, che non occupano spazio, non riempiono nemmeno il fondo del bicchiere, anzi, lo colorano e lo abbelliscono di splendidi riflessi ambrati.
Quando invece una persona versa lamentele, dalla caraffa scende un liquido in qualche modo vischioso, pesante, di colore omogeneo. Il bicchiere comincia a riempirsi. Devo dire che mi sono reso conto che il bicchiere ha una capacità veramente sorprendente. A volte possono passare mesi prima che si riempia. Ma poi succede inevitabilmente che si raggiunga il bordo, e come tutti sanno, se si continua a versare, traborda e ne nasce un bel pasticcio!
A volte anche se avverti le persone, queste non ti sentono, prese dalla foga delle loro lamentele, persi nel nero delle loro vite, magari grigie in confronto a quelle di altri che realmente non si capisce come vadano avanti, continuano a versare.
Non si rendono conto che bisognerebbe avere una misura. Se si lascia dritta per un po' la caraffa, il liquido che c'è nel bicchiere evaporerà, magari lentamente, ma il livello scenderà. Solo quando si nota che il livello è un po' sceso, si può riprendere a versare.
L'evaporazione è ovviamente un processo lento, ci vuol tempo, ma anch'essa dipende da un altro fattore: la temperatura. Ad una temperatura più alta, il liquido evapora rapidamente. Mano a mano che scende, l'evaporazione rallenta.
Ovviamente sto parlando della temperatura del rapporto, dell'amicizia nel caso concreto. Nell'ambito di una amicizia viva e salda, è normale che si riesca a digerire (evaporare) in fretta e quindi anche l'ascoltatore (bicchiere) può presto ricevere ancora. Se invece le persone si allontanano, la temperatura scende, e sarà sempre più difficile riprendere a versare in un bicchiere che non accenna a svuotarsi.
Attenzione: se la temperatura va sotto lo zero, il liquido ghiaccia, espande, ed il bicchiere va in frantumi... Se succede non ce ne saranno altri da riempire.
Morale della favola? Se vuoi continuare a versare, devi scaldare il rapporto. Ma prima di tutto devi renderti conto che stai continuando a versare in un bicchiere pieno. Se non vuoi scaldare il rapporto allora devi aspettare un bel pezzo prima di riprendere a versare. Tuttavia, la cosa preferibile, sarebbe cominciare a versare più parte di quelle sostanze colorate ed eteree, e meno parte di liquido vischioso. Se poi aggiungo che facendo in quest'ultima maniera, scaldi anche la temperatura...
Più di così non saprei come spiegare!
Ah visto che l'ho esposta come una teoria, dico anche dove questa è debole. Magari voi lettori potete aiutarmi. Non sono ancora riuscito a capire se il bicchiere è solo uno, o ce ne è uno per ogni caraffa.
Un bacione a tutti, anche al diretto interessato, per il quale voglio molto bene, sennò non farei tutti sti pensieri.
Vasco.
venerdì 20 marzo 2009
Lettera a papà
Ciao Papà,
sono qui al lavoro, e penso come sarebbe ora la mia vita, la nostra vita, se tu ci fossi ancora. Nei miei sogni torni sempre in vita, ritorni a casa dopo tutti questi anni di assenza. Superata la sorpresa di un ritorno impossibile, sicuro che tutto sia solo per un istante, la gioia di vederti, di sapere che c'è qualcuno che mi ama e mi difende, lascia subito spazio alla paura. La paura del tuo giudizio. Cosa penseresti delle scelte che ho fatto dopo che sei morto? Come valuteresti i miei errori? Nei sogni e nella vita sono sicuro che in grossa parte ti deluderei. Deludo me stesso, figuriamoci un padre. Vivo nella paura di dirti quello che ho fatto in questi otto anni. Ci sono cose che apprezzeresti?
Sai qual'è la cosa più bella che mi hai lasciato? Quella più preziosa in assoluto? Un ricordo. Il più dolce tenero ricordo che una persona che ti ama ti può lasciare.
Te lo voglio raccontare, anche se mi costa deglutire ad ogni frase che scrivo.
Eri a letto, da più di un due mesi. Veniva un'infermiera ogni mattina. La mamma era sempre lì con te. Ti avevamo messo nella stanza giù, perché fosse più comodo per tutti accudirti. Già non parlavi più. non mangiavi più, ed eri l'ombra di te stesso. Magrissimo e scavato poggiato su di un letto gonfio d'aria per non ammaccarti. La pelle gialla, martoriata dalle siringhe e dalle flebo, invecchiata di mille anni in pochi giorni. Tu non lo sapevi, ma prendevi morfina per non sentire troppo dolore. Eri lucido, ma non c'era più niente di te, su quel letto.
Io dovevo dare un esame, diritto Costituzionale. Ricordo con che paura sono andato in facoltà. All'esame non pensavo, mi domandavo solo se al mio ritorno ti avrei trovato ancora.
Noi non siamo mai andati d'accordo. Tu hai sempre preteso che io crescessi e imparassi, senza mai insegnarmi quel che sapevi. Io crescevo un po' tondetto e tu odiavi le persone grasse. Io non mai fatto nulla per piacerti. Ero contento quando chiamavi per dire che tornavi tardi, così potevo mangiare e andare a letto prima del tuo ritorno. Non mi sono mai impegnato in cose che sapevo potevano darti soddisfazione. Tu spesso non sei stato un buon padre, io raramente sono stato un buon figlio.
Verso la fine le cose sono cambiate, tu mi guardavi con più benevolenza e cominciavo proprio allora a darti delle soddisfazioni. Così quel giorno tutto era predisposto per un buon esito. Feci l'esame con successo e corsi a casa.
Ti ho trovato lì e non capivo nemmeno se sapessi che ero uscito e andato a fare un esame. Così mi sono seduto a fianco del tuo letto e ti ho raccontato dell'interrogazione, del buon voto che avevo preso, della soddisfazione di quel momento. Ho alzato gli occhi su di te, e tu mi hai regalato un regno. Hai fatto per me la cosa più bella che potessi fare. Mi hai sorriso.
Non so se ti sia costato, non so da quanto tempo non fossi felice, di sicuro so che tu non hai mai avuto idea di quello che mi hai dato in quel momento. E' stato puro amore, amore vero, che mai e poi mai è stato eguagliato nella mia vita.
Ti ringrazio tanto papà, con quel sorriso hai cancellato anni di discussioni ed incomprensioni. Mi hai fatto sentire come mai mi sentirò ancora.
Per la cronaca di quei giorni, si può raccontare che il giorno dopo hai tentato di dire qualcosa che non riuscivo a capire, e che poi ho ricostruito. E si può dire che il giorno dopo ancora te ne sei andato mentre ti stringevo la mano. Mi hai salutato con tre respiri profondi ed interminabili che ora sento vivi e prepotenti nel mio stomaco.
Quel giorno mi dicesti che avevi paura. Provavi ad aggrapparti a me. Cosa potevi provare in quel momento, sapendo che la morte stava arrivando, che dovevi lasciarci e capendo che non riuscivi nemmeno ad esprimerti? Ci penso sempre. Sono stati i momenti più angoscianti della tua vita. Mai dimenticherò quanto hai sofferto e quanto sei andato avanti per amore mio e di mamma. In questo sei stato un vero Papà, come ce ne sono pochissimi.
Ripensandoci credo che se tornassi, come fai nei miei sogni, faresti di tutto per togliermi dai guai, risolvere i miei problemi. saresti un papà severo, ma ora sono sicuro che mi ameresti incondizionatamente. Ah papà come vorrei una seconda possibilità. Per te, ma anche per me. Spero tanto di darti qualche soddisfazione ed un giorno poterti vedere felice di vedermi. Sorridente.
Con profonda gratitudine e amore,
Vasco.
sono qui al lavoro, e penso come sarebbe ora la mia vita, la nostra vita, se tu ci fossi ancora. Nei miei sogni torni sempre in vita, ritorni a casa dopo tutti questi anni di assenza. Superata la sorpresa di un ritorno impossibile, sicuro che tutto sia solo per un istante, la gioia di vederti, di sapere che c'è qualcuno che mi ama e mi difende, lascia subito spazio alla paura. La paura del tuo giudizio. Cosa penseresti delle scelte che ho fatto dopo che sei morto? Come valuteresti i miei errori? Nei sogni e nella vita sono sicuro che in grossa parte ti deluderei. Deludo me stesso, figuriamoci un padre. Vivo nella paura di dirti quello che ho fatto in questi otto anni. Ci sono cose che apprezzeresti?
Sai qual'è la cosa più bella che mi hai lasciato? Quella più preziosa in assoluto? Un ricordo. Il più dolce tenero ricordo che una persona che ti ama ti può lasciare.
Te lo voglio raccontare, anche se mi costa deglutire ad ogni frase che scrivo.
Eri a letto, da più di un due mesi. Veniva un'infermiera ogni mattina. La mamma era sempre lì con te. Ti avevamo messo nella stanza giù, perché fosse più comodo per tutti accudirti. Già non parlavi più. non mangiavi più, ed eri l'ombra di te stesso. Magrissimo e scavato poggiato su di un letto gonfio d'aria per non ammaccarti. La pelle gialla, martoriata dalle siringhe e dalle flebo, invecchiata di mille anni in pochi giorni. Tu non lo sapevi, ma prendevi morfina per non sentire troppo dolore. Eri lucido, ma non c'era più niente di te, su quel letto.
Io dovevo dare un esame, diritto Costituzionale. Ricordo con che paura sono andato in facoltà. All'esame non pensavo, mi domandavo solo se al mio ritorno ti avrei trovato ancora.
Noi non siamo mai andati d'accordo. Tu hai sempre preteso che io crescessi e imparassi, senza mai insegnarmi quel che sapevi. Io crescevo un po' tondetto e tu odiavi le persone grasse. Io non mai fatto nulla per piacerti. Ero contento quando chiamavi per dire che tornavi tardi, così potevo mangiare e andare a letto prima del tuo ritorno. Non mi sono mai impegnato in cose che sapevo potevano darti soddisfazione. Tu spesso non sei stato un buon padre, io raramente sono stato un buon figlio.
Verso la fine le cose sono cambiate, tu mi guardavi con più benevolenza e cominciavo proprio allora a darti delle soddisfazioni. Così quel giorno tutto era predisposto per un buon esito. Feci l'esame con successo e corsi a casa.
Ti ho trovato lì e non capivo nemmeno se sapessi che ero uscito e andato a fare un esame. Così mi sono seduto a fianco del tuo letto e ti ho raccontato dell'interrogazione, del buon voto che avevo preso, della soddisfazione di quel momento. Ho alzato gli occhi su di te, e tu mi hai regalato un regno. Hai fatto per me la cosa più bella che potessi fare. Mi hai sorriso.
Non so se ti sia costato, non so da quanto tempo non fossi felice, di sicuro so che tu non hai mai avuto idea di quello che mi hai dato in quel momento. E' stato puro amore, amore vero, che mai e poi mai è stato eguagliato nella mia vita.
Ti ringrazio tanto papà, con quel sorriso hai cancellato anni di discussioni ed incomprensioni. Mi hai fatto sentire come mai mi sentirò ancora.
Per la cronaca di quei giorni, si può raccontare che il giorno dopo hai tentato di dire qualcosa che non riuscivo a capire, e che poi ho ricostruito. E si può dire che il giorno dopo ancora te ne sei andato mentre ti stringevo la mano. Mi hai salutato con tre respiri profondi ed interminabili che ora sento vivi e prepotenti nel mio stomaco.
Quel giorno mi dicesti che avevi paura. Provavi ad aggrapparti a me. Cosa potevi provare in quel momento, sapendo che la morte stava arrivando, che dovevi lasciarci e capendo che non riuscivi nemmeno ad esprimerti? Ci penso sempre. Sono stati i momenti più angoscianti della tua vita. Mai dimenticherò quanto hai sofferto e quanto sei andato avanti per amore mio e di mamma. In questo sei stato un vero Papà, come ce ne sono pochissimi.
Ripensandoci credo che se tornassi, come fai nei miei sogni, faresti di tutto per togliermi dai guai, risolvere i miei problemi. saresti un papà severo, ma ora sono sicuro che mi ameresti incondizionatamente. Ah papà come vorrei una seconda possibilità. Per te, ma anche per me. Spero tanto di darti qualche soddisfazione ed un giorno poterti vedere felice di vedermi. Sorridente.
Con profonda gratitudine e amore,
Vasco.
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