Quando ho voglia di pensare, di stare tra me e me, visito la mia creazione più ambiziosa. Lo faccio ad occhi chiusi, od anche aperti, in situazioni di emergenza. E’ un rifugio. E’ una coperta.
Ogni volta il mio stargate è sulla collina ad est. Sono in piedi, sull’erba verdissima e uniforme. La collinetta è una dolce curvatura del terreno, e da li, fermo tra l’andirivieni di bonari passanti che sembrano non accorgersi di me, guardo in basso.
Adagiata sul fondo della collina c’è la mia cittadella. Più un antico borgo di pietra e sasso, che una vera città. Mura alte, ma poco minacciose, la proteggono dall’assalto delle intemperie e, all’occorrenza, estromettono i visitatori indesiderati.
C’è un intenso traffico di mercanti, contadini che vanno e vengono dai campi, donne con bambini al seguito, ragazze e ragazzi sorridenti e di bell’aspetto. La grande porta d’ingresso è spalancata e sotto un pallido sole si sta svolgendo una serena giornata tipica di questa cittadina.
Le case all’interno delle mura sono tutte proporzionate e tanto simili nel loro aspetto esteriore, quanto diverse e variegate al loro interno.
Ho dato ad ognuna delle persone importanti della mia vita una di queste case. Le ho messe loro a disposizione vuote, con tanti spazi da riempire delle loro cose, dei ricordi comuni e di quelli personali. Ognuno ha vissuto ed arredato la sua casa rispecchiando le proprie caratteristiche, il proprio pensiero, le abitudini, ed il rapporto instaurato con me.
Alcune sono piene d’oggetti, ogni scaffale contiene decine di cose, ed ognuna rimanda ad un ricordo, ad un’immagine della mia o della loro vita. Altre sono semivuote, con spazi da definire, con stanze ancora da assegnare alle varie occupazioni.
Quando la mia città, che vive e cresce in modo autonomo da me, stabilisce di assegnare un alloggio ad una persona che è entrata nella mia vita, fa trovare pronta una nuova casetta di pietra. Grandi finestre aperte fanno entrare il sole, che scalda il pavimento di legno, anche nelle giornate più fredde. La porta d’ingresso è aperta e vengono fatti trovare lì i bagagli del nuovo padrone di casa, ordinatamente imballati e pronti per essere aperti e sparpagliati per l’abitazione.
Spetta all’inquilino decidere se aprire o meno questi scatoloni, spetta a lui decidere se entrare o farseli venire a riprendere. Se poi decide di installarsi e metter su casa, allora tutte le opzioni sono disponibili. L’intonaco viene sostituito col marmo, il vetro diviene cristallo, i materiali grezzi lasciano il posto a preziosissimi e lussuosi ebani, tessuti, porcellane. Le stanze si ingrandiscono, si moltiplicano secondo l’utilizzo che se ne vuole fare, a seconda delle cose con cui le si vuole arredare. Tutto questo col crescere di un rapporto personale e confidenziale.
Case veramente ricche di arredi importanti non ce ne sono molte. Sono quelle più vissute, nelle quali c’è sempre un calore umano oltre a quello di un’abitazione in cui pulsa costantemente la vita dei proprietario.
Quando una persona decide di lasciare il proprio alloggio, questo si spegne, si svuota, diventa grigio, spoglio e freddo. Non viene mai riassegnato. Rimane chiuso, quasi sempre con la porta accostata, si da sempre un’opportunità di tornare a farlo rivivere. Alcune invece ora sono chiuse e sprangate, e all’ingresso della città le guardie sono attente a fermare il passo dei loro vecchi inquilini non più accolti dalla comunità.
Non sono io consciamente a prendere queste decisioni, periodicamente visito la città, spio da fuori qualche casetta e noto le differenze.
Il mio alloggio in città? Non c’è, perlomeno non uno preciso. Ciò che mi identifica è la grande porta d’ingresso alla città, l’unica cosa che posso comandare io. Viene sprangata e resa invulnerabile ogni qual volta voglio chiudere fuori da me la realtà e tutti. In quei momenti nessun inquilino può essere presente in casa, nessuno può visitare le vie e la collinetta che sovrasta il mio borgo è sgombra e spazzata dal vento.
L’unico edificio che ho fatto costruire io è una grande torre quadrata al centro della città. Svetta su tutte le altre costruzioni, ed è molto ampia di base. Ha funzione di ritrovo per la mia comunità. E’ costituita da un’unica altissima stanza che è sempre piena di persone che da lì possono comunicare con me, chiamarmi, farmi tornare a visitare la mia creatura.
Ora lascio la cittadella alla sua routine. Risalgo sulla collinetta e noto che comincia a fumare qualche comignolo. Chissà perché nessuno ha ancora pensato a mettere le lucine di Natale?
Ogni volta il mio stargate è sulla collina ad est. Sono in piedi, sull’erba verdissima e uniforme. La collinetta è una dolce curvatura del terreno, e da li, fermo tra l’andirivieni di bonari passanti che sembrano non accorgersi di me, guardo in basso.
Adagiata sul fondo della collina c’è la mia cittadella. Più un antico borgo di pietra e sasso, che una vera città. Mura alte, ma poco minacciose, la proteggono dall’assalto delle intemperie e, all’occorrenza, estromettono i visitatori indesiderati.
C’è un intenso traffico di mercanti, contadini che vanno e vengono dai campi, donne con bambini al seguito, ragazze e ragazzi sorridenti e di bell’aspetto. La grande porta d’ingresso è spalancata e sotto un pallido sole si sta svolgendo una serena giornata tipica di questa cittadina.
Le case all’interno delle mura sono tutte proporzionate e tanto simili nel loro aspetto esteriore, quanto diverse e variegate al loro interno.
Ho dato ad ognuna delle persone importanti della mia vita una di queste case. Le ho messe loro a disposizione vuote, con tanti spazi da riempire delle loro cose, dei ricordi comuni e di quelli personali. Ognuno ha vissuto ed arredato la sua casa rispecchiando le proprie caratteristiche, il proprio pensiero, le abitudini, ed il rapporto instaurato con me.
Alcune sono piene d’oggetti, ogni scaffale contiene decine di cose, ed ognuna rimanda ad un ricordo, ad un’immagine della mia o della loro vita. Altre sono semivuote, con spazi da definire, con stanze ancora da assegnare alle varie occupazioni.
Quando la mia città, che vive e cresce in modo autonomo da me, stabilisce di assegnare un alloggio ad una persona che è entrata nella mia vita, fa trovare pronta una nuova casetta di pietra. Grandi finestre aperte fanno entrare il sole, che scalda il pavimento di legno, anche nelle giornate più fredde. La porta d’ingresso è aperta e vengono fatti trovare lì i bagagli del nuovo padrone di casa, ordinatamente imballati e pronti per essere aperti e sparpagliati per l’abitazione.
Spetta all’inquilino decidere se aprire o meno questi scatoloni, spetta a lui decidere se entrare o farseli venire a riprendere. Se poi decide di installarsi e metter su casa, allora tutte le opzioni sono disponibili. L’intonaco viene sostituito col marmo, il vetro diviene cristallo, i materiali grezzi lasciano il posto a preziosissimi e lussuosi ebani, tessuti, porcellane. Le stanze si ingrandiscono, si moltiplicano secondo l’utilizzo che se ne vuole fare, a seconda delle cose con cui le si vuole arredare. Tutto questo col crescere di un rapporto personale e confidenziale.
Case veramente ricche di arredi importanti non ce ne sono molte. Sono quelle più vissute, nelle quali c’è sempre un calore umano oltre a quello di un’abitazione in cui pulsa costantemente la vita dei proprietario.
Quando una persona decide di lasciare il proprio alloggio, questo si spegne, si svuota, diventa grigio, spoglio e freddo. Non viene mai riassegnato. Rimane chiuso, quasi sempre con la porta accostata, si da sempre un’opportunità di tornare a farlo rivivere. Alcune invece ora sono chiuse e sprangate, e all’ingresso della città le guardie sono attente a fermare il passo dei loro vecchi inquilini non più accolti dalla comunità.
Non sono io consciamente a prendere queste decisioni, periodicamente visito la città, spio da fuori qualche casetta e noto le differenze.
Il mio alloggio in città? Non c’è, perlomeno non uno preciso. Ciò che mi identifica è la grande porta d’ingresso alla città, l’unica cosa che posso comandare io. Viene sprangata e resa invulnerabile ogni qual volta voglio chiudere fuori da me la realtà e tutti. In quei momenti nessun inquilino può essere presente in casa, nessuno può visitare le vie e la collinetta che sovrasta il mio borgo è sgombra e spazzata dal vento.
L’unico edificio che ho fatto costruire io è una grande torre quadrata al centro della città. Svetta su tutte le altre costruzioni, ed è molto ampia di base. Ha funzione di ritrovo per la mia comunità. E’ costituita da un’unica altissima stanza che è sempre piena di persone che da lì possono comunicare con me, chiamarmi, farmi tornare a visitare la mia creatura.
Ora lascio la cittadella alla sua routine. Risalgo sulla collinetta e noto che comincia a fumare qualche comignolo. Chissà perché nessuno ha ancora pensato a mettere le lucine di Natale?
3 commenti:
Se io avessi una casetta nella tua cittadella, la vorrei piccola piccola, con solo una stanza o due, ma con grandi finestre e tanto legno caldo. E' così che mi piace vivere, senza dare fastidio e troppo nell'occhio, ma pensando di avere un posto in cui qualcuno si possa sentire a prorpio agio. E la vorrei riempire di oggetti che mi ricordino ciò che ho fatto, magari che abbiamo anche fatto assieme... E vorrei che tu non ti limitassi a guardarla dall'alto, ma che entrassi e ogni volta con un oggetto nuovo che mi faccia capire un po' meglio te.
A.
per me è questo il tuo scritto più triste. sembri distaccato e insieme architetto della cittadella..sei come una spia furtiva che a piacimento si dimostra padrone del portone o maestro di cerimonie nel salone della torre..ma per il resto sei distante da essa..e infatti passeggi solo sulla collina antistante
Un sistema ordinato, un cubo, una forma geometrica perfetta, la città proporzionata con il cardo ed il decumano. La costante ricerca di chi ha perso qualcosa di caro, di resistere all'entropia del dolore e del male.
Sto girando attorno alla cittadella. ;)))
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