Era solo un ragazzo quando gli Dei lo maledirono.
Fu concepito dall'unione tra Apollo e una ragazza di nome Sophia. Il dio era a caccia con le sue frecce e la schiera di lupi e grifoni a lui consacrati, quando si trovò nell'antico villaggio di Sebasta, famoso per la gran quantità di grano che le sue terre producevano. Giunto al pozzo per dissetarsi, notò questa esile ragazza, poco più che bambina forse, che gli sorrideva rinfrescandosi il viso con l'acqua fresca appena raccolta. Fu per un capriccio che la prese nei boschi, contro la sua volontà.
La trovò molto più tardi il padre, esanime e ferita dai rovi che cercava la strada di casa. Nessuno seppe mai cosa le era successo quel giorno, ma pochi mesi dopo, quando fu chiara la sua gravidanza, ella venne legata al letto dai sacerdoti e accusata di portare in grembo il demoniaco figlio di qualche terribile creatura dei boschi. La gente del villaggio, compresa la sua famiglia rinnegò Sophia, che venne nutrita dalla carità di una vedova che andava a visitarla, e che per questo fu chiamata strega dai bambini che la prendevano di mira.
Al termine del travaglio, denutrita e sfiancata dal feto che cresceva in lei, e che si nutriva di quanto una povera bimba poteva avere, abbattuta dall'abbandono dei propri genitori, e dall'inspiegabile orrore delle persone con cui era cresciuta, si abbandonò sul giaciglio e morì di crepacuore. Si addormentò senza nemmeno poter vedere la creatura da lei concepita col figlio di Zeus.
Era venuto al mondo un semi dio e presto anche sull'Olimpo ne avrebbero sentito parlare.
Il neonato fu raccolto e allevato dalla vedova, che riversò su di lui tutto l'amore di cui fu capace. Furono anni sereni, nei quali Narciso, questo il nome del bimbo, si nutrì dell'affetto e delle amorevoli cure che ogni donna ed ogni uomo che lo videro, gli riservarono. Fu chiaro infatti, fin da principio, che quella creatura non era del tutto umana, data la sua bellezza e la straordinarietà del suo sorriso, che aveva il potere di influire sull'umore delle persone, e dar loro serenità ed intimo piacere.
Crebbe nel villaggio che rinnegò sua madre, ma che adorava lui. I sacerdoti lo vestirono come uno di loro, auspicando il benvolere degli dei, che avevano mandato una simile gemma tra i mortali. All'età dell'adolescenza Narciso era un giovane di indicibile bellezza, e la fama della sua immagine si sparse nelle località vicine. Lo mandarono a scuola in città, e anche li, come al villaggio, non ci fu uomo, donna, vecchio o bambino, che non provò amore per lui.
Raggiunti i sedici anni prese consapevolezza di queste sue doti e cominciò a prenderne confidenza. Prese l'amore di giovani ragazze, e di forti ragazzi che si offrivano a lui. Era perennemente ubriaco del piacere che le persone gli donavano spontaneamente. Più ne prendeva, e più sembrava che la sua bellezza e le sue doti aumentassero. Alcuni non riuscirono mai ad avvicinarsi a lui da poterlo toccare, altri lo fecero, ma più di uno, sconvolto dal sentimento, e dalla consapevolezza di non poter essere mai felice con lui, che non si sarebbe mai limitato, si tolse la vita. Di questo il giovane non aveva idea, perché non gli era di certo possibile ricordarsi di tutte le persone dalle quali aveva ricevuto il cuore. Questo fino a quando un giorno, di buon mattino, Narciso decise di uscire solo nei boschi in cerca un'ispirazione per ideare un componimento che il maestro gli aveva chiesto.
Camminò da solo per diverso tempo, senza riuscire a trovare un soggetto su cui scrivere. Si ritrovò in una radura e si stese a riposare. Pensò che forse era quella la prima occasione in cui giaceva senza aver accanto qualcuno che cercasse un abbraccio, o la sua bocca, o il suo sesso, da molto tempo.
Fu turbato dal pensiero di non aver mai provato il desiderio di ricambiare l'amore che riceveva e cominciò a pensare di non meritarlo, di essere arido. Lui si concedeva, era vero, all'amore di quei ragazzi, ma senza mai dare altro che il suo corpo, il suo adorato viso, non il proprio cuore, che mai era stato intaccato da uno struggimento o da un moto di passione amorosa.
Assalito dal panico, che gli torceva lo stomaco, prese a rotolare sull'erba, in preda ad un dolore fisico e interiore dilaniante. Il sudore cominciò a bagnare i suoi ricci biondi e il sole gli parve lo guardasse con interesse, mentre si contorceva a terra.
Giunse così a lambire la riva di un lago, che non aveva notato prima di allora. Si guardò attorno e vide che la radura si era allargata a dismisura e che quel lago poteva facilmente contenere tutto il villaggio nel quale era nato.
Col viso sopra la riva si fermò a guardare la propria immagine riflessa. Vide la sua bellezza, si perse nell.azzurro dei propri occhi, desiderò baciare quella bocca carnosa e turgida, finché una goccia del suo sudore cadde e increspó il pelo dell'acqua. Vide il suo volto contorcersi, in attesa che le piccole onde trovassero quiete e sparissero.
E fu allora che prese coscienza della propria maledizione: la sua immagine faceva innamorare, muoveva l'animo delle persone, le distoglieva dal proprio destino per portarle ad essere schiavi della loro passione. A quale prezzo? L'annullamento dei loro desideri precedenti, il disfacimento di amori, di matrimoni, famiglie che non avrebbero mai trovato unione. E per se stesso, un cuore potente, ma del tutto vuoto ed inutile.
Narciso capi che l'unica felicità che gli sarebbe stata concessa nella vita, sarebbe stata quella provata tra le lenzuola, mentre appagava i suoi desideri di ragazzo.
Distolse lo sguardo dall'acqua, e si volse verso la foresta, voleva fuggire dalla tentazione della propria immagine. E li fu fermato dall'apparizione del dio Apollo, suo padre. Spaventato cadde a terra ed implorò pietà.
Il dio gli parlò con autorevolezza, ma mosso dall'affetto che provava per un figlio così simile a lui: -Narciso, io sono Apollo, tuo padre. Mi unii a tua madre una sola volta e fui punito da mio padre per aver ceduto ad un capriccio. Saresti dovuto morire, ma ho mandato una vecchia, perché ti salvasse e ti allevasse. Ora nella casa degli dei, non si fa che parlare dello scompiglio che hai causato in città. Ormai sei consapevole che le tue straordinarie doti di bellezza possono essere vere maledizioni. Ci sono state morti premature, suicidi ed omicidi in tuo nome. Tu non ne sai nulla perchè ti sei perso nella ricerca del piacere e nell'ansia di abbracciare tutto ciò che ti è stato donato, senza dare nulla in cambio. Di nuovo sono stato incaricato di privarti della vita. Sono venuto qui per mostrarti chi sei, farti vedere che dietro la tua bellezza c'è un mostro... Ma vedo che ne sei consapevole, nessuno potrebbe ignorare il tuo struggimento. Sono tuo padre e dopo il sangue che ho versato non ho voglia alcuna di versarne di mio.-
Narciso era in ginocchio e piangeva guardando il viso del padre. Per la prima volta in vita sua, sentiva il cuore stringersi di dolore. La terribile consapevolezza di non essere ciò che credeva, e di tutto il male che aveva causato, stava già facendo ciò che il padre era stato incaricato di eseguire.
-Non ti ucciderò. Ma tu non dovrai mai più stare tra le genti. Vivrai qui solo nella foresta. Così che nessuno possa mai più essere colto dalla tua bellezza. Il tuo corpo rimarrà per sempre nudo. I vestiti ti cadranno di dosso, e se proverai a tornare in città la gente avrà vergogna delle tue nudità e ti scaccerà. Il tuo corpo sarà per sempre bello, ma farà scandalo e rimarrai solo-.
Narciso prese coraggio e rispose: -Padre io non merito questa benevolenza, non usciròi dalla foresta, e non sfiderò mai lo sguardo umano-.
-Vedo sincerità nelle tue parole. Non farmi pentire nuovamente di averti concesso una esistenza-, si inginocchiò davanti al figlio, gli prese il volto fra le mani e gli baciò naso e fronte. Dopo essersi rialzato, si girò e sparì nella foresta.
Narciso pianse calde lacrime finchè non gli bruciarono gli occhi e sfinito dalla terribile fine della sua fortuna, si addormentò.
Si risvegliò solo a tarda notte, assalito da un castoro che gli mordeva una gamba. Lo scacciò impaurito e fu sorpreso di ritrovarsi nudo sull'erba al buio. Ma subito ricordò la visita del padre e cercò di immaginare come doveva essere la sua vita da allora in poi.
Nei giorni successivi patì la fame, non era abituato a procurarsi del cibo, vagò nella foresta in cerca di frutti e poi di piccoli animali. Spesso si feriva con rami, aghi di pino, artigli, e pietre acuminate. Il dolore inferto ad un corpo nudo che non si può riparare dai tagli e dalle intemperie, lo resero attento, più riflessivo. Spesso rimaneva seduto nella radura a pensare alla vita che avrebbe avuto se non fosse stato così bello, se avesse potuto anche lui amare e non essere causa di tragedie. Non si guardava mai nello specchio d'acqua. Ogni volta, prima di andare a bere, lanciava un grosso sasso, in modo da rompere qualsiasi riflesso.
Seguirono mesi, ed anni. Narciso era sempre uguale, come gli aveva detto il padre, la sua bellezza intoccabile era ora persino arricchita da una nuova luce consapevole negli occhi.
Sognava ancora l'amore, ogni giorno di più. Immaginava di tornare indietro, all'epoca della scuola, di fermarsi a guardare uno di quei giovani con cui aveva dormito, e innamorarsi, prenderlo con se e fuggire assieme nei boschi che ora erano la sua casa e che cominciavano a diventare familiari.
Era giunto il freddo da pochi giorni e diversamente dal solito non trovava cibo con cui sfamarsi. Cominciò ad indebolirai e dopo cinque giorni di digiuno cerco a fatica di trascinarsi verso il lago. Il freddo gli colpiva i fianchi, bruciava le sue braccia, e gli rendeva difficile ogni passo. Quando fu a qualche metro dalla riva vide che uno spesso strato di ghiaccio ricopriva la superficie.
Capi che non sarebbe riuscito a romperlo per bere, e sentì che la sua vita era in pericolo. Forse era questa la fine a cui aveva pensato suo padre.
Si lasciò cadere a terra. Sanguinava dal petto, da un braccio e da entrambe le gambe. La schiena era martoriata dal gelo, tremava come una foglia. Passò molte ore così, assalito da una febbre feroce. Perse conoscenza durante la notte.
Fu svegliato di soprassalto da un gran rumore. Erano le prime luci dell'alba. Si guardò attorno spaventato e fu sorpreso di vedere un ragazzo sulla riva del lago. Era coperto da molte vesti ed era intento a rompere il bordo del ghiaccio.
Narciso lo guardò impaurito. Non avrebbe dovuto star li, nessuno poteva stare in sua presenza. No, non potevano esserci altri guai, doveva alzarsi e scappare nei boschi. Fece di tutto per tirarsi su, ma il suo corpo mezzo addormentato non rispondeva.
Cominciò ad essere assalito dal panico quando sentì una mano toccargli la spalla.
-Tranquillo, non voglio farti del male. Sto rompendo il ghiaccio per darti da bere. Purtroppo non ho acqua con me.- di nuovo si allontanò per tornare presto con una sacca piena d'acqua che avvicinò alla bocca di Narciso.
-Forse non te ne sei reso conto ma deliravi e chiedevi dell'acqua. Ho cercato di coprirti, ma tutte le volte i miei vestiti sono ricaduti a terra. Non capisco-.
-Sarà sempre così, ho una maledizione e ti conviene scappare via da me, non voglio fare più del male-.
Il ragazzo scoppiò a ridere: -Farmi del male? Ma se non riesci nemmeno a stare in piedi? -
-Cosa ci fai qui? Sono anni che vivo tra questi boschi e non ho mai incontrato nessuno. Come ti chiami?-
-Mi chiamo Imset, sono qui perché ieri sera una vecchia vedova è venuta nella mia casa, e mi ha pagato per venire qui a cercarti. Mi ha detto che ti avrei trovato presso il lago e che avrei dovuto semplicemente guardarti-.
Narciso teneva gli occhi chiusi, si vergognava del proprio corpo nudo e rannicchiato cercava di coprirsi.
-Io sono venuto dove la vecchia mi ha detto e ti ho trovato qui. Ho cercato di svegliarti, ma senza risultato, e lo stesso quando ho cercato di coprirti. Così sono stato fermo qui inginocchiato a guardarti finchè non mi hai chiesto dell'acqua. io vivo ad un ora di cammino da qui, sono orfano e non ho molto da offrirti, ma vorrei che mi seguissi, che venissi con me. Perchè non mi guardi?-
Narciso piangeva. Si sentiva così debole, così nudo e vulnerabile di fronte a Imset, che non osava guardarlo.
-Sei nudo e sanguini, ti prego, non ti lascerò qui fuori-.
Narciso smise di piangere, si mise seduto e guardò negli occhi il ragazzo: -Cosa vedi Imset?-
-Vedo l'amore. E tu cosa vedi?-.
Narciso tacque. Rimase li a guardare quel ragazzo che gli sorrideva. Attraverso le lacrime non riusciva a scorgere bene i lineamenti del viso di Imset. Cercò di asciugarsi, ma più
stropicciava gli occhi, più gli bruciavano. -Non riesco a vederti-.
Imset rise: -Quindi potrei essere anche una gorgone?- e gli porse una mano per aiutarlo ad alzarsi.
-No, non lo credo-.
Imset prese Narciso di peso e lo aiutò a sostenersi. -Andiamo, ora reggiti a me-.
I due giovani presero la via del bosco e mano a mano che procedevano Narciso cominciò a riprendere forza. Arrivarono al limitare del bosco, dove sorgevano le prime case di un villaggio. Imset abitava in una di quelle case, ma prima di uscire dagli alberi si fermarono.
Furono ammaliati dal richiamo suadente del mare, che proveniva da un altra direzione. Senza scambiarsi parola Imset disse addio alla sua vita e alla sua casa e si incamminò con il figlio di Apollo. Camminarono per ore, fino a che Narciso senti scaldarsi così tanto il petto da doversi fermare e sedere.
Era seduto a terra e guardava Imset. Gli si allargò un gran sorriso e disse: -Finalmente ti vedo anch'io-.
-E cosa vedi?-.
-Vedo la paura-
Imset si gettò ai piedi di Narciso, e gli baciò le ginocchia. -Perchè? Io ti voglio portare con me, non c'è motivo di avere paura-.
Narciso gli prese le mani, si avvicinò e gli diede un bacio su di una guancia. -Non capisci, io non vedevo, non sentivo, ora sono guarito! Ora finalmente ho paura! Ho tanta paura di perderti, ora che ti ho trovato-.
I due ragazzi si abbracciarono, uscirono dagli alberi tenendosi per mano e trovarono il mare davanti a loro.
Imset guardò Narciso con stupore. -Che faremo ora? Cosa succede?-
Narciso gli accarezzò i capelli e gli regalò il suo più bel sorriso.
-Intanto starai tra le mie braccia. Ti ho aspettato per molti anni. Staremo li, sotto l'erica, dove nessuno potrà raggiungerci-.
Nessuno morì più per Narciso. Con Imset costruirono una casetta di legno tra l'erica e la spiaggia. La loro storia d'amore non fu mai disturbata e risplendette di tale meraviglia da ispirare agli dei dell'Olimpo la creazione di uno splendido fiore, che il ragazzo colse e lo regalò al suo innamorato. Imset lo coltivò e gli diede il nome di Narciso.
venerdì 13 gennaio 2012
lunedì 9 gennaio 2012

Andare avanti senza provare emozioni.
lasciarsi scivolare lungo una fredda vasca,
chiudere gli occhi e volersi addormantare.
Non c'è il minimo rumore,
e questo mi avvolge.
Non sento freddo, il freddo sono io.
E' tutto bianco su sfondo grigio,
lontano, oltre il bordo, quel palpitante bagliore rosso,
più sangue, che vita.
So quello che hai da dirmi,
sono proprio qui ad aspettare che tu lo faccia,
ma mi sto assopendo
e forse aspetterò domani.
Pochi minuti e di nuovo è come prima,
ritorna anche il peso sullo sterno.
Che ne sai di me?
Panni di debolezza che avviluppano
un nocciolo di instabile terribile furore.
Ecco l'antro primordiale,
un pugno di inarrestabile forza,
che si lascia fermare dalla nebbia.
Se potessi ti prenderei la mano,
e ti guiderei qui,
dove tutto sarebbe speranza.
martedì 3 gennaio 2012

Non ti sei accorto quando ho cominciato a prenderti in giro.
L'ho fatto quando più cominciavi a dimostrare di aver bisogno di me.
Prima il tuo attaccamento era scontato e quasi ti veniva di riflesso,
poi hai cominciato a chiamarmi sottovoce, direi di nascosto.
Hai intensificato le tue visite, mi chiamavi sempre più di frequente,
e continuavi a chiedermi se ti volevo bene, se ti amavo
dandolo per scontato anche quando non rispondevo.
Fu allora che cominciai a legarti con la corda che tengo sempre in mano.
Pensavi che ti stessi legando a me,
invece stavo coprendo i tuoi occhi, fasciando i tuoi orecchi,
stavo stringendo le tue membra, e ad ogni giro di corda ti ho indebolito,
ti ho regalato la tristezza coi primi giri attorno la testa,
l'ansia ti è venuta con la corda che premeva sulle tue labbra,
l'angoscia quando ti sei reso conto che non avresti più potuto muovere le braccia.
Quando finalmente hai capito che ti stavo facendo del male,
avevi così bisogno di me per continuare a poter prendere respiro,
che ti sei inginocchiato di fronte a me e hai implorato il mio amore.
Ora che le corde coprono la tua nudità, e hai capito che
ancora pochi giri e potrò finalmente andarmene,
fremi di rabbia, ti senti sciocco e mi insulti.
Non serve a nulla che tremi e che mi chiami urlando.
Lo sai anche tu che non serve che aspetti me per desiderare
e decidere di andartene
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