giovedì 26 novembre 2009

Stanchezza


Le giornate passano velocissime, ed è come camminare sulle braci ardenti. L'ansia mi fa rigirare nel letto quando è ancora buio. Mi alzo, mi preparo e non vedo l'ora di partire da casa. Non vedo l'ora di essere al lavoro, perché il viaggio è una crescente paura. Salgo in auto con la solita faccia bastonata, mi faccio pena da solo. Sento i miei occhi bassi, vedo le mie azioni sempre uguali. Parto e accendo il telefono. Arriva un messaggio che non ho letto la sera precedente. Non rispondo, lo farò con calma. Intanto accendo la radio. Sempre le solite chiacchiere. Una routine che vorrei mi rassicurasse. Sguardo al display del cellulare. E' spento. La paura è quella che si accenda, che sia la solita impiegata che chiama per aggiornarmi sulle difficoltà, per crearmene, per avvertirmi con impazienza del nuovo, solito, problema. Ventitrè chilometri così, tra uno sguardo al telefono ed uno all'orologio, perché ormai so quando è più facile che arrivi quella maledetta telefonata. L'ansia sempre più palpabile, lo stomaco si chiude, ed io prego perché anche questo giorno passi, che arrivi la sera. Arrivo ad Este e cerco parcheggio, lontano o vicino non importa, è l'ultimo dei miei problemi. Nota positiva è che ora andrò a fare colazione al solito bar. E' un momento breve, ma piacevole, vedo gente, le solite bariste che mi conoscono, mi sorridono, li dentro mi sembra che tutto possa essere leggero. Il telefono è sempre in tasca e spero che non mi rovini questi cinque minuti. L'intervallo è finito, comincia la mattinata che in realtà è già in piedi da almeno tre ore. Tiro fuori il computer, lo avvio, accendo le luci, controllo il solito scarso risutato della sera precedente. E comincio il lavoro? No.
Semplicemente comicio a sopportare. Comincio a far passare le ore. Rispondo al telefono, parlo con le persone che entrano. Non lavoro, procedo sulle lancette dell'orologio, che guardo continuamente, con la paura della telefonata cattiva, del postino che porta raccomandate. Ogni cosa, ogni problema è un peso che si adagia sulle spalle. Non riesco a squotermi e procedo a fare tutto ciò che lobotomizza il cervello, che non fa pensare. Tutto può essere una distrazione, fintanto che non arriva la telefonata che mi schiaffeggia. O le telefonate che mi allarmano. Mi scuotono fino a portarmi ad una nera consapevolezza della mia situazione. Il cuore si affretta a farmi sentire la sua agitazione. Inizia l'attacco di panico. Sudore freddo, conati di vomito a vuoto, sempre più frequenti e sempre meno controllabili, esiste solo la paura. Dopo poco mi calma lentamente il pianto. Chiamo un amico. Lui fa quel che può. Sento che mi vuole tanto bene e per questo piango ancora di più. Sono un povero scemo. Un inetto incapace che non riesce più nemmeno ad aprire una busta per la paura. Il pianto mi intontisce. Mi calma. Mi stanca talmente da non lasciarmi nemmeno la forza di pensare. Nella contingenza cerco di rattoppare i problemi, con sempre maggiore difficoltà.
Arriva l'ora di chiusura mattutina. Mi chiudo nello sbaguzzino. Come un barbone nei bagni di una stazione ferroviaria. Apro la mia brandina. Ho preso la pastiglietta rosa che mi aiuta a rilassarmi. Sistemo il cuscino, mi metto il piumino e mi ci accoccolo sopra. Sono li solo, chiuso nel semibuio, a cavallo tra un bagno ed uno sgabuzzino pieno di cianfrusaglie. Guardo tutto dal basso. Mi stringo e chiudo gli occchi. Ho spento il telefono, staccato il fax, chiuso la porta. Il mondo è fuori e nessuno può raggiungermi. La pastiglietta fa il suo dovere e cado in un sonno pesante e senza sogni.
Il risveglio è spesso agitato, ma il pomeriggio è più facile. Non sono solo. La sera è più vicina, la sera è un'oasi dove riesco a respirare, dove riesco a controllare l'ansia. Non vorrei finisse mai, non vorrei arrivasse mai l'ora di andare a letto.
In tutto questo ci sono persone che mi vogliono bene, ma io mi sento costantemente solo. Sento sempre il desiderio di qualcuno che mi stringa forte, che abbia delle parole buone per me. Mi piace piacere, perchè da me non riesco a trovare soddisfazione. Si, piaccio, non ho problemi a conoscere persone nuove. E' sempre piacevole perché per quelle due ore non sento il me stesso della mattina, non lo ricordo nemmeno. Mi diverto ad essere carino e brillante. Un'apparenza? Non so, io non fingo. Dico e faccio quel che sento. Non sono un bugiardo. Cerco solo di vivere il più possibile nello spazio che queste sere mi lasciano.
La domanda è. uso le persone che conosco? Me la faccio sempre. L'unica cosa che mi impedisce di pensare questo è che io vivo sinceramente e coinvolto al massimo in queste conoscenze. Vorrei che mi si volesse bene. Chiedo troppo? Certo. Mi può voler bene chi mi conosce, chi ha un passato con me, non chi ha visto tre foto su di un sito. Vorrei che le persone potessero avvicinarsi a me senza paura, ma so che devo assolutamente cambiare, risolvere i miei problemi, fare piazza pulita di tutta l'insoddisfazione che ho nei miei confronti e della mia situazione. Solo allora la sincerità con la quale mi rapporto con gli altri sarà sufficiente.
Nel frattempo grazie a chi mi vuole bene, a chi capisce come sono, a chi trova in me quello che mi fa commuovere.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Non sei solo. Non sei il solo, l'unico.

fuyuki ha detto...

anonimo, fa un piacere: sta zitto! sti commenti inutili, non è quello che serve allo scrittore. dire che si è tutti più o meno sulla stessa barca è inutile e ti rende ancora più triste. o si continua a rigirare nelle proprie lacrime o si prova a reagire. lo scrittore ha espresso delle paure, ha dato loro un nome e si è preso delle responsabilità immense, delle colpe che non ha. siamo tutti insoddisfatti , ma dipende molto da come ci poniamo di fronte a quello che incontriamo..ci vorrebbe più coraggio di ammettere che chi cerca solo cose materiali e finite, potrà ricevere solo cose finite..e lottare per superare questo prpr limite, che non è un peccato originale ma un trampolino di lancio

Anonimo ha detto...

Beato te che soffri così intensamente, direbbe un emo di nuova generazione.
Questo post è stupendo nella misura in cui descrive attimo dopo attimo i timori, le paure, le angosce di un ragazzo che si reca a lavoro.
La forza di questo ragazzo è proprio la sua fragilità. Quanti di noi vedendo un pacco con scritto "Att.ne FRAGILE: maneggiare con cautela" hanno avuto la tentazione\curiosità di vedere cosa c'era in quel pacco? La fragilità molto spesso comporta l'essere prezioso.
Mi dispiace solo che tu ti senta solo. Non posso che dirti che spero che il destino mi abbia messo sul tuo cammino per sostituire la Signora Solitudine. Spero non sia la solita illusione \ abbaglio in un deserto delle coscienze e delle anime vuote, quale è il web e la società civile.